L’influenza di Hegel sulla storia del pensiero occidentale, com’è noto, è stata smisurata. Negli studi di filosofia, nei licei italiani (ma credo di tutto il mondo occidentale), sono solo quattro gli autori che non possono mai essere omessi dai programmi di studio: Platone, Aristotele, Kant e Hegel. Senza conoscere, almeno nei loro elementi essenziali, i contenuti della loro elaborazione teorica, non è possibile, semplicemente, conoscere l’uomo moderno. E, forse, neanche l’uomo antico, al quale noi, in ogni caso, guardiamo sempre con gli occhi della nostra modernità.
Dagli sviluppi dell’equiparazione hegeliana tra spirito e realtà, e dalla conseguente scissione tra destra hegeliana (la realtà va accettata, in quanto manifestazione dello spirito) e sinistra hegeliana (bisogna trasformare la realtà, per adeguarla allo spirito), com’è noto, sarebbero derivate profondissime conseguenze sulla storia dell’800 e del 900, quali il marxismo (diretta espressione della sinistra hegeliana) o l’idea dello stato etico, fino alle sue estreme e spaventose conseguenze. E, come sempre, di fronte ad abnormi crescite di un nucleo di pensiero originario, è sempre difficile (e, tutto sommato, inutile) stabilire in che misura delle ultime conseguenze possa essere considerato responsabile il creatore delle prime idee (che, poi, anche esse, derivano, sempre, da altre idee). Nel suo recente libro Nexus, sulle reti di connessione, Harari descrive in modo impressionante le atroci torture escogitate dall’Inquisizione per rendere effettivo e coercitivo il racconto della montagna sulle beatitudini. Gesù non è certo responsabile delle perversioni dell’Inquisizione, così come Hegel non è responsabile del nazismo. E tuttavia, non si può neanche comprendere la violenza della Chiesa senza conoscere il Vangelo, così come non si possono capire i totalitarismi del Novecento senza conoscere l’idea hegeliana dello stato etico.
Grande influenza, com’è noto, hanno avuto le pagine dedicate da Hegel all’ebraismo, verso il quale è soprattutto ricordato quello che appare un atteggiamento di sostanziale chiusura e rifiuto, basato, fondamentalmente, sulla contrapposizione tra una religione della cieca obbedienza al precetto, non temperata dall’amore e della carità, quale sarebbe il giudaismo, e la diversa religione dell’amore, nata e poi allontanatasi dalla sua «santa radice». Visione ancorata soprattutto alle famose pagine in cui il filosofo condanna l’obbedienza di Abramo al comando del Signore, che gli chiedeva di immolare il suo unico figlio, bollandola come «scelta di non amare».
Ma, in realtà, il rapporto del grande filosofo con l’ebraismo fu complesso, e non può essere liquidato con un’analisi sbrigativa (un problema che abbiamo già affrontato in uno Scaffale precedentemente pubblicato, dedicato al volume collettaneo Pensare l’umano. In dialogo con Emilia D’Antuono, che contiene scritti in onore della grande filosofa contemporanea, che a tale tematica ha dedicata buona parte dei suoi importanti studi).
A questo importante e controverso rapporto è dedicato un libro di grande interesse, di Enrico Achille Colombo: Infinita nostalgia. Hegel e l’ebraismo (ed. Belforte, Livorno, 2025, pagg. 160, euro 28). L’autore ricorda come già nel 1844 Karl Rosenkranz, «quando la discussione sull’emancipazione ebraica in Germania era quotidiana, accanita e l’eredità hegeliana contesa», ammonì a considerare tale rapporto nella sua evoluzione e nella sua poliedricità: «Le opinioni di Hegel sulla storia ebraica sono state in tempi diversi molto differenti. Essa lo ha altrettanto violentemente respinto e avvinto e per tutta la vita lo ha tormentato come un oscuro enigma. Ora, come nella Fenomenologia, egli non la considera; ora, come nella Filosofia del diritto, l’accosta in modo massiccio allo spirito germanico; ora, come, nella Filosofia della religione, la coordina come forma immediata dell’attività spirituale a quella dei greci e dei romani; infine, nella Filosofia della storia, essa diventa parte integrante della storia dell’impero persiano».
L’autore nota come, secondo la visione hegeliana, «il popolo ebraico non ha mai abbandonato il ‘teatro’ della storia: esso continua a vivere nel cristianesimo germanico, ed è inscindibile dagli Stati moderni, dagli Stati in cui tutti gli uomini sono liberi».
«Il dolore ascritto al popolo ebraico è uno dei lati dello spirito assoluto: esso è un’identità che ha risolto la negazione e, nello stesso tempo, la mantiene come richiamo a conseguire e rinnovare sempre una conciliazione tra razionalità e realtà e a sfuggire l’irrazionalità di un legame dogmatico, rigido: è, cioè, un monito ad attuare una critica della realtà, grazie a un principio di razionalità, e, a ben vedere, a non considerare la storia, e ogni forma di sapere, compiuta».
Spesso capita che un autore resti «inchiodato» per sempre a una particolare frase o a un determinato concetto, che sembra racchiudere l’essenza del suo pensiero su un dato argomento. La famosa frase su Abramo che avrebbe scelto di non amare (segnando una rinuncia all’amore a alla bellezza della vita etica greca non da parte del solo patriarca, ma di tutto il popolo d’Israele), fa parte di un’opera giovanile, Lo spirito del cristianesimo e il suo destino, scritto tra il 1798 e il 1800. Non esaurisce il rapporto dei Hegel con l’ebraismo, che, come spiega Colombo, è mutante e complesso.
Non sono un filosofo, ma mi permetto solo di esprimere una piccola osservazione sull’annotazione dell’autore secondo cui il popolo ebraico, nella visione hegeliana, continuerebbe a «vivere nel cristianesimo germanico». Fa parte della vita e della cultura, di tutti i luoghi e di tutti i tempi, che qualcosa continui a vivere in qualcos’altro, che custodisce, arricchisce, trasmette, trasforma. D’altra parte, neanche l’ebraismo è qualcosa di autoreferenziale, anch’esso custodisce e trasmette (basi pensare al Talmùd) tanta sapienza greca, babilonese, bizantina. Il problema è come ciò avvenga. A volte il contenitore è rispettoso, premuroso, amorevole. Altre volte si sente messo in discussione e sotto accusa da ciò che trasporta, e può scattare un meccanismo di rifiuto, di espulsione, di odio. Certamente, per il cristianesimo germanico, ciò, indipendentemente da Hegel, sembra essere accaduto, facendo diventare l’«oscuro enigma» sempre più nero e oscuro.
Francesco Lucrezi, storico