DAI GIORNALI DI OGGI

Bokertov 29 maggio 2026

Usa e Iran hanno raggiunto un accordo preliminare per un memorandum d’intesa «che estenderebbe di 60 giorni il cessate il fuoco e aprirebbe negoziati sul programma nucleare di Teheran», ma Donald Trump ha detto ai mediatori di aver bisogno «di un paio di giorni di tempo per pensarci», informa tra gli altri il Corriere della Sera. Ci sono però anche altri temi in ballo all’interno del negoziato, ricorda Maurizio Molinari su Repubblica accennando alla speranza di Trump di allargare i Patti di Abramo che «lui ha coniato nel 2020, al fine di portare a compimento la riconciliazione araboisraeliana e trasformare la regione in un’area di prosperità e stabilità», sconfiggendo il disegno opposto «lfrutto della mente di Ali Khamenei». Ecco perché, chiosa, «la contesa armata Usa-Iran è ben lungi dal finire ma sta già cambiando il Medio Oriente sotto gli occhi di un’Europa troppo imprigionata nei complessi del passato per riuscire a entrare in un match da cui dipende la sua sicurezza» Parlando con il Riformista, l’ex capo del controspionaggio italiano Marco Mancini racconta che «secondo le informazioni che arrivano, l’Iran disporrebbe ancora di oltre mille missili in grado di raggiungere il territorio israeliano e molti di questi sarebbero nascosti in strutture sotterranee ancora operative». Da qui hanno origine le preoccupazioni israeliane, per il timore che soprattutto «quelli supersonici» possano perforare le difese del sistema Iron Dome. Secondo Mancini,pure «il rischio teorico di carichi chimici resta sul tavolo».

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele intende aumentare il controllo sul territorio di Gaza al 70%. Per La Stampa, «la tregua ottenuta con la mediazione (coatta) degli Stati Uniti è sempre più un colabrodo: Hamas non intende far seguito alla condizione che prevede il disarmo delle sue milizie e che avrebbe fatto scattare la fase del ritiro delle truppe israeliane, Israele continua a eliminare ogni nuovo capo dell’ala armata del gruppo». «Israele è entrato in una nuova fase, quella della difesa strenua che deve seguire la guerra iniziata il 7 ottobre», sostiene Fiamma Nirenstein sul Giornale. «I suoi due fronti immediati sono gli Hezbollah e Hamas, che del Libano e di Gaza hanno fatto le loro fortezze».

Le Nazioni Unite hanno aggiunto Israele alla lista nera dei «responsabili di violenza sessuale» nelle zone di conflitto, una lista in cui compaiono gruppi terroristici come Hamas e Isis. Per il Foglio si tratta dell’ennesimo salto mortale «nella loro lunga parabola di delegittimazione» dello Stato ebraico. L’ambasciatore israeliano al Palazzo di Vetro, Danny Danon, ha accusato l’Onu di «calunnia di sangue» e, chiosa il Foglio, «non è un eccesso retorico» ma «la constatazione di un rituale in cui la vittima è prima seviziata e poi accusata di aver provocato il proprio martirio».

Sul Riformista, Emanuele Calò si sofferma su alcuni episodi di discriminazione: dal turista israeliano benvenuto in un agriturismo toscano «se dissente da Netanyahu» all’esclusione di Keshet dalla sfilata dei carri del Pride romano. Sul Tempo, Davide Riccardo Romano scrive della denuncia di UN Watch relativa a 13 dei 59 Relatori Speciali Onu accusati di ricevere finanziamenti da dittature in cambio di critiche mirate contro Usa e Israele, definendolo «un problema che non può essere ignorato», anche perché «è ragionevole supporre che il fenomeno sia ben più vasto».

Libero racconta l’aggressione verbale subita a Londra dall’attrice britannica Helen Mirren da parte di un attivista propal. L’episodio «arriva a un mese dall’attacco contro la comunità ebraica di Golders Green Road, nel quartiere di Southwark, rivendicato dal gruppo Harakat Ashab al-Yamin al-Islamia, movimento di facciata delle Guardie della rivoluzione islamica».

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