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Rav Ascoli: «Difendere Israele è un dovere, ma lo è anche criticarlo»

«Bisogna uscire dall’idea che esistano solo due possibilità: essere completamente allineati con ogni scelta del governo israeliano oppure schierarsi contro Israele. Esiste invece la possibilità di rivendicare il diritto di Israele a esistere e a difendersi, e allo stesso tempo esprimere critiche quando il suo operato entra in contraddizione con principi e valori ebraici», sottolinea da Haifa rav Michael Ascoli, ingegnere e parte degli Italkim, la comunità degli italiani d’Israele. Uno spunto legato alla sua partecipazione al webinar “Ebraismo e Potere”, organizzato dal movimento israeliano Smol Emuni e in programma lunedì 1 giugno alle 20.00.
Secondo Ascoli, difendere Israele è un dovere irrinunciabile, tanto più in un contesto come quello internazionale, segnato da attacchi anti-israeliani e antisemiti che si susseguono. Ma una volta assolto questo dovere, non viene meno quello di criticare. Uno Stato ebraico che «in alcune occasioni non si comporta in modo ebraico è una contraddizione che ogni ebreo, compresi quelli della diaspora, ha il dovere di esprimere». Soprattutto, osserva il rav, «riguardo al comportamento in Cisgiordania».
A chi teme che criticare Israele significhi prestare il fianco ai nemici, risponde: «Capisco questa considerazione e la rispetto. Tuttavia credo che alla lunga non paghi. Chi è strumentalmente contro di te lo sarà comunque. Bisogna avere il coraggio di dire quello che si pensa apertamente, perché chi si aspetta che tu rivendichi valori morali si aspetta anche che tu prenda atto di situazioni non condivisibili».
Il punto di riferimento, insiste, deve essere interno. «Come singolo ebreo e come collettività ebraica – Am Israel –, abbiamo il dovere di rispondere alle nostre istanze morali ed etiche. Il fatto che gli altri scendano spesso assai più in basso, come i movimenti propalestinesi in Europa, non mi consola affatto. So benissimo che la nostra pretesa è più elevata, e a quella dobbiamo rifarci. Non confrontarci con gli altri, ma pensare ai nostri parametri: quelli che abbiamo stabilito faticosamente nel corso di secoli e millenni di storia, di tradizione di pensiero, di tradizione religiosa».
È in questo quadro che si inserisce il webinar promosso da Smol Emuni, movimento nato in Israele e successivamente sviluppatosi negli Stati Uniti, che oggi sta iniziando a costruire una presenza anche in Europa. In dialogo con Ascoli lunedì ci saranno Shulamit Furstenberg-Levi e Francesca Gorgoni.
«Smol è sinistra, emuni è di fede», spiega il rav. «Quindi questo movimento afferma la possibilità di definirsi allo stesso tempo osservanti e di sinistra. Nelle circostanze attuali sembra quasi una provocazione. E invece non lo è affatto». Per Ascoli si tratta di richiamare elementi profondamente radicati nella tradizione ebraica. «L’ebraismo, come parte integrale dell’osservanza delle mitzvot, include anche innumerevoli precetti sociali ed etici: l’attenzione verso le categorie più deboli, la tutela della dignità di ogni essere umano, la limitazione del potere politico ed economico. Sono valori nei quali, posso testimoniarlo personalmente, sono stato educato nell’ebraismo italiano di quarant’anni fa, e nei quali mi trovo perfettamente a casa».
Nel suo intervento il rav affronterà il tema del rapporto tra ebraismo e potere sia sul piano teorico sia alla luce dell’attualità. Tra i concetti che intende approfondire vi è quello del gher, lo straniero. «Vorrei riflettere su come questa figura emerga nella Bibbia e nella halakhah e su cosa possa insegnarci oggi», conclude. «Non tanto dal punto di vista tecnico, quanto sul piano dei principi: quale atteggiamento ci viene richiesto nei confronti dell’altro e di chi percepiamo come diverso da noi».

d.r.

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