ROMA PRIDE

«Oggi tocca agli ebrei, chi sarà il prossimo?»

«Oggi tocca agli ebrei, chi sarà il prossimo?»

Il caso delle associazioni ebraiche LGBTQIA+ escluse dal Roma Pride si è trasformato in un conflitto interpretativo: non solo su chi possa sfilare, ma su cosa significhi oggi “appartenenza” dentro una manifestazione che si definisce, per statuto e immaginario, inclusiva. Le ricostruzioni convergono su un punto: la decisione non è mero problema di logistica o regolamenti interni quanto l’effetto di un criterio di compatibilità politica, implicita o esplicita. Il passaggio dalla selezione organizzativa alla valutazione delle identità collettive non è mai neutro, anche quando viene presentato come tale, e le associazioni interessate rivendicano una distinzione netta: la propria natura è quella di gruppi ebraici LGBTQIA+, non di soggetti politici riconducibili a rappresentanze statuali o a posizioni sul conflitto mediorientale. In questo contesto è intervenuta anche Katharina von Schnurbein, coordinatrice della Commissione europea per la lotta contro l’antisemitismo e la promozione della vita ebraica, che in una dichiarazione pubblicata su LinkedIn ha sostenuto che l’esclusione di Keshet Italia dal Roma Pride «mina proprio i valori che il Pride sostiene di difendere: inclusione, uguaglianza e solidarietà». Von Schnurbein ha aggiunto che «oggi tocca agli ebrei, chi sarà il prossimo?» e ha invitato Roma Pride e Mario Colamarino, il portavoce del Roma Pride, a «riconsiderare questa esclusione e difendere i principi di inclusione e pari diritti per tutti». Ha inoltre richiamato il principio europeo di non discriminazione, ricordando che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea vieta discriminazioni fondate su orientamento sessuale, religione, genere, origine etnica o altri fattori protetti. Keshet Italia ha definito la propria esclusione «un precedente gravissimo», accusando il coordinamento del Pride di avere introdotto «un test politico» per stabilire chi possa prendere parte alla manifestazione. In una nota, l’associazione ha parlato di «una deriva che colpisce proprio chi dovrebbe trovare nel Pride uno spazio di tutela e rappresentanza».

L’esclusione riguarda l’identità ebraica letta automaticamente come posizione geopolitica. È un corto circuito che tende a riemergere con frequenza crescente. Sul fronte degli organizzatori e in parte del dibattito attorno al Pride, la questione viene invece ricondotta alla coerenza del perimetro politico della manifestazione e alla necessità di definire criteri di partecipazione che non contraddicano i principi dichiarati dagli organizzatori stessi. Quando una scelta di questo tipo diventa selezione identitaria, la linea tra regolazione e esclusione si assottiglia rapidamente. Il risultato è che spazi pubblici deputati a essere luoghi di ampliamento della visibilità finiscono per diventare dispositivi di esclusione. È caratteristica strutturale degli eventi altamente politicizzati, nei quali la partecipazione non è mai solo presenza fisica, ma anche riconoscibilità dentro un codice condiviso. «Essere ebrei queer non può diventare motivo

di esclusione», hanno scritto i rappresentanti di Keshet, sostenendo che la richiesta di aderire a una precisa formulazione politica sul conflitto mediorientale finisca per trasformarsi, nei fatti, in una condizione preliminare di accettabilità pubblica. E chi contesta che l’esclusione riguarda solo la partecipazione come carro, e che invece tutti i singoli saranno benvenuti non ha colto che esiste anche un tema meno evidente: partecipare su un carro garantisce quella sicurezza minima che invece non sarebbe garantita a un singolo partecipante che sfilasse con la bandiera di Keshet. La bandiera della pace non è più presentabile, se vi compare anche una stella di Davide. Chi la porta al Pride rischia in prima persona. Anche se partecipare, tecnicamente, “è permesso”.

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