Sionisti evangelici

Sionisti evangelici

Nel 1897, al Primo Congresso Sionista di Basilea, Theodor Herzl contava tra i 208 delegati solo dieci cristiani. Il sionismo del resto era un progetto di autodeterminazione ebraica: il sostegno esterno, quando esisteva, era un’eccezione diplomatica, non una struttura portante. Centoventinove anni dopo, nel febbraio 2026, il Primo Congresso Sionista Giudeo-Cristiano di Nashville ha provato a ribaltare quel paradigma.
«Oggi il 99 per cento dei sionisti del mondo non è ebreo», ha sostenuto Calev Myers, tra i promotori dell’evento negli Usa. Myers è avvocato israelo-americano e fondatore di Arise – la Alliance for Rights of Israel’s Sovereignty and Existence – un’organizzazione che fornisce supporto legale gratuito a enti e individui che operano in favore di Israele di fronte a corti internazionali, media e istituzioni accademiche. Arise si presenta come un ponte tra il mondo evangelico americano e lo Stato ebraico, operando su un terreno dove il diritto incontra la narrativa pubblica. A Nashvile Myers e altri relatori hanno insistito su un paradosso: nonostante l’enormità di consenso tra gli evangelici, in Israele è quasi invisibile. «La stragrande maggioranza degli israeliani non ha idea di chi siano gli evangelici», ha spiegato, definendoli un vantaggio strategico sistematicamente sottoutilizzato. Centinaia di milioni di cristiani – per lo più evangelici e in particolare negli Stati Uniti – costituiscono oggi una delle principali basi del sostegno internazionale a Israele. Un bacino enorme, finora privo di una struttura coordinata.
Il congresso di Nashville ha cercato di colmare questo vuoto con l’obiettivo di costruire una piattaforma capace di agire in modo organizzato nei media, nelle università, negli spazi politici. Un’iniziativa che ha ottenuto riconoscimento istituzionale: il presidente d’Israele Isaac Herzog ha inviato un messaggio di sostegno, contribuendo a legittimare l’operazione sul piano diplomatico. Sullo sfondo, la guerra a Gaza e la crisi regionale seguita al 7 ottobre 2023 hanno conferito all’evento una gravità inedita. Nashville non era solo un congresso, hanno dichiarato i promotori, era la risposta di un’ala del mondo cristiano a ciò che percepisce come un’ondata di delegittimazione globale di Israele, accelerata dalla guerra: «l’Ottavo fronte», nella definizione di Myers.

Radici teologiche e politicizzazione

Il rapporto tra Israele e il mondo evangelico affonda le radici in un’esegesi biblica ottocentesca che vedeva nel ritorno degli ebrei in Terra Santa il preludio necessario alla seconda venuta del messia cristiano. Questa visione, inizialmente confinata alla teologia, subì una rapida politicizzazione dopo la Guerra dei Sei Giorni del ‘67: la conquista di Gerusalemme e della Cisgiordania – biblicamente, Giudea e Samaria – fu interpretata da milioni di fedeli americani non come un evento bellico, ma come l’adempimento di una profezia. La vera svolta diplomatica arrivò nel 1977, con l’ascesa al potere di Menachem Begin. A differenza dell’élite laburista che lo aveva preceduto – laica e diffidente verso il mondo cristiano – Begin intuì il potenziale di una sponda religiosa americana per legittimare il controllo israeliano sui territori biblici. Coltivò legami personali con le figure chiave della destra religiosa statunitense, su tutti Jerry Falwell, fondatore della Moral Majority. Il rapporto fu abbastanza solido da spingere Begin, dopo il bombardamento del reattore nucleare iracheno di Osirak nel 1981, a chiamare Falwell prima ancora di molti alleati ufficiali, per spiegargli le ragioni dell’operazione. Begin aprì le porte anche a Pat Robertson, fondatore del Christian Broadcasting Network e voce dominante della televisione evangelica americana, intuendo nel movimento evangelico una sponda che andava oltre i canali diplomatici tradizionali.
Sotto Benjamin Netanyahu, il legame con il mondo evangelico è diventato un asset strategico dichiarato: nel 2017, il primo ministro israeliano lo ha formalizzato definendo gli evangelici «tra i più grandi amici di Israele». Durante la prima presidenza Trump quel legame produsse risultati concreti: lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme e il riconoscimento della sovranità israeliana sul Golan. Nel secondo mandato, la nomina di Mike Huckabee ad ambasciatore in Israele ha segnato un ulteriore passo: Huckabee, un pastore battista, sostiene la legittimità della presenza ebraica in Giudea e Samaria non su basi storiche o di diritto internazionale, ma bibliche.

Un’alleanza condizionata

Questa convergenza contiene però un’ambiguità strutturale, che il documentario Til Kingdom Come (2020) della regista israeliana Maya Zinshtein ha portato alla luce con precisione chirurgica. Nel film, le voci degli evangelici americani descrivono l’ebraismo come “la chiave” di un disegno escatologico che culmina nella redenzione cristiana: una volta aperta la porta della profezia, la chiave non è più necessaria. Il pastore Boyd Bingham IV esplicita senza reticenze la natura condizionata dell’alleanza: pur sostenendo Israele per obbedienza letterale al testo biblico, definisce gli ebrei «spiritualmente ciechi» finché non riconosceranno la messianicità di Gesù. L’obiettivo finale, afferma, resta che «ogni ginocchio si pieghi» davanti alla sua fede.
Questa visione – nota come dispensazionalismo – prevede che la storia converga verso una battaglia finale, Armageddon, in cui l’identità ebraica è destinata a scomparire o a trasformarsi. Per i critici, l’abbraccio di Nashville del 2026 non è dunque un atto di solidarietà politica, ma l’arruolamento di Israele in un dramma teologico altrui che ne nega, in ultima istanza, l’autonomia spirituale.
È su questo crinale che si articola un dibattito rabbinico israeliano tutt’altro che secondario. Le posizioni di alcuni rabbini riflettono una tensione profonda tra utilità politica e integrità religiosa, tra opportunità strategica e rischio identitario.

Il dibattito rabbinico

La voce più intransigente è quella di rav Shlomo Aviner, guida della yeshiva Ateret Yerushalayim e figura di riferimento della destra nazional-religiosa. Il suo rifiuto delle aperture al cristianesimo è netto. «Non lasciatevi ingannare dalla loro gentilezza», ha ammonito in un’intervista ad Arutz Sheva, con riferimento diretto al mondo evangelico. Per Aviner, il cristianesimo rientra nella categoria halakhica dell’avodah zarah – il culto estraneo, l’idolatria – perché dottrine come la Trinità e l’incarnazione violano l’unità assoluta di Dio. La collaborazione con istituzioni cristiane, nella sua lettura, rischia di compromettere quella separazione spirituale che deve caratterizzare il popolo ebraico. E aggiunge: «Non esiste un pranzo gratis. Chi ci dà denaro oggi, domani chiederà la nostra anima».
Di segno opposto la posizione di rav Shlomo Riskin, tra i fondatori dell’insediamento di Efrat e del network Ohr Torah Stone, tra i principali esponenti dell’ebraismo modern-orthodox.
Sul Jerusalem Post, Riskin ha descritto il sostegno cristiano a Israele come «un miracolo», leggendolo come parte di un processo storico di riconciliazione. Per Riskin, il sostegno evangelico non è solo utile, ma anche teologicamente significativo: segnala, a suo avviso, un ritorno del cristianesimo alle proprie radici ebraiche. «Se un cristiano riconosce il patto eterno tra Dio e il popolo ebraico, non è più un nemico, ma un partner».
Una posizione intermedia è quella di rav David Rosen, direttore per gli Affari interreligiosi dell’American Jewish Committee. In una conferenza del 2022 intitolata I rapporti con i cristiani dopo la Shoah, Rosen non ha negato il valore del sostegno evangelico, ma ha insistito sulla lucidità necessaria nel gestirlo. «Non sto dicendo di respingerli. Non credo che Israele possa permettersi di essere troppo schizzinoso riguardo a chi è disposto a sostenerlo nel mondo reale in cui viviamo». Ma è necessario mantenere chiarezza sui limiti: «Non bisogna dare al proprio interlocutore l’impressione di essere partner della sua agenda della fine dei giorni». La collaborazione, nella sua visione, è possibile e necessaria, a condizione di non dissolvere i confini identitari: «Ci sono cose su cui siamo in forte disaccordo, e che fanno parte della nostra identità e del nostro rispetto di noi stessi».

Obiettivi apocalittici

Una preoccupazione diversa, e per certi versi più urgente, emerge nelle parole di rav Avidan Freedman, studioso e co-fondatore del centro Yaniv per la democrazia ebraica. Freedman non mette in guardia contro un rischio teorico: scrive durante la guerra con l’Iran, scoppiata il 28 febbraio, e lo fa guardando a ciò che accade dentro l’esercito americano. Centinaia di denunce di soldati, ha raccontato su Maariv, riferiscono di comandanti che spiegano gli obiettivi delle operazioni militari in termini religiosi e apocalittici, e che Trump «è stato scelto da Gesù per accendere un fuoco in Iran che provocherà la guerra di Armageddon».
In questo contesto, il tatuaggio «Deus Vult» sul braccio del segretario americano alla Guerra Pete Hegseth – il grido della Prima Crociata del 1096 – cessa di essere un dettaglio biografico e diventa un segnale. «Non c’è limite alla distruzione che una persona può causare quando crede che questa sia la volontà di Dio», ha ammonito Freedman. Un avvertimento che vale per Washington, ma che il rav ha rivolto anche verso casa: gli stessi venti, osserva, soffiano in Israele, tra ministri «in estasi per un’epoca di miracoli» e soldati che portano «simboli e sogni messianici». Per Freedman, accettare l’abbraccio del sionismo cristiano apocalittico significa rischiare di legittimare una logica in cui la profezia ha la precedenza sulla responsabilità e in cui, alla fine, «le promesse si infrangono contro il muro della realtà».

Daniel Reichel

(Nell’immagine: volontari dell’International Fellowship of Christians and Jews, dal documentario Til Kingdom Come di Maya Zinshtein)

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