A Washington le delegazioni di Israele e Libano si preparano per il secondo giorno consecutivo di negoziati al Dipartimento di Stato, il quarto faccia a faccia dall’inizio della guerra. Una fase delicata, mentre sul terreno l’accordo annunciato lunedì dal presidente Usa Donald Trump ha mostrato subito le prime crepe: Hezbollah non ha rispettato l’impegno di cessare le ostilità, ha sottolineato la delegazione israeliana alla controparte libanese. Il gruppo terroristico sostenuto dall’Iran ha anche respinto pubblicamente l’ipotesi di un cessate il fuoco nel Libano meridionale in cambio della fine degli attacchi nel nord di Israele. «La nostra logica è contenere i combattimenti in Libano e non trasformarli in una questione negoziale», ha spiegato una fonte dell’amministrazione Usa all’emittente Kan. Secondo il segretario di Stato Usa Marco Rubio, intervenuto davanti alla Commissione Esteri del Senato americano, l’obiettivo della Casa Bianca resta «smilitarizzare e neutralizzare Hezbollah», rafforzando il governo legittimo libanese. L’Iran, ha aggiunto, sta cercando di «mescolare tutto insieme», interferendo nei negoziati per rivendicare in futuro il merito di qualsiasi accordo raggiunto.
Trump, Netanyahu e il linguaggio colorito
Israele e Stati Uniti sono sulla stessa linea, nonostante una telefonata burrascosa tra Trump e Netanyahu. In un’intervista al podcast Pod Force One, il presidente americano ha ammesso di aver usato toni duri con l’alleato, aggiungendo di rispettarlo e di lavorare «molto bene» con lui. «Ero un po’ infastidito dal suo continuo combattere con il Libano», ha spiegato. «Ma mi piace molto Bibi». Lo sfogo era stato riportato lunedì da Axios e smentito da funzionari israeliani. Nella stessa intervista Trump ha affermato che l’Iran ha già accettato di non dotarsi di armi nucleari. «Non possiamo permettere che abbiano un’arma nucleare. E hanno già accettato che non ne avranno una», ha sostenuto il presidente Usa. «Possono sempre cambiare idea, ma era una delle condizioni che dovevano accettare, e l’hanno fatto». Trump non ha precisato in quale forma Teheran abbia assunto questo impegno, ma dalla Casa Bianca è arrivata la conferma di un memorandum d’intesa con Teheran che prevede l’impegno del regime a rinunciare allo sviluppo di armi nucleari. Trump ha poi aggiunto di voler incontrare il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei: «Probabilmente ci incontreremo a un certo punto, a seconda di come andranno le cose».
La rabbia nel nord d’Israele
Mentre la diplomazia si muove, il nord di Israele continua a subire lanci di razzi. E cresce la rabbia verso il governo di Gerusalemme. Il presidente del consiglio locale di Hatzor HaGlilit, Michael Kavesa, ha protestato pubblicamente contro la mancata concessione di aiuti d’emergenza alle località oltre i nove chilometri dal confine. «Abbiamo la sensazione di essere invisibili per il governo e per la Knesset», ha dichiarato a Kan. «Hanno creato una Galilea dello sviluppo e una Galilea della discriminazione». La linea che divide chi riceve aiuti da chi no, ha spiegato, «è del tutto arbitraria, basata sul raggio d’azione dei razzi Katyusha degli anni ’80. Una linea fatta di compromessi e interessi politici».
A far discutere è stata anche la riunione del governo dedicata agli indennizzi per il nord, a cui hanno partecipato soltanto tre ministri. Il ministro della Diaspora, Amichai Chikli, ha minimizzato: «Si sta costruendo una polemica artificiale». Nel frattempo il Comando del Fronte Interno ha annunciato un parziale alleggerimento delle restrizioni in alcune località della Galilea, con la ripresa delle attività educative e lavorative nelle aree in cui sia possibile raggiungere un rifugio nei tempi previsti.
Di Israele e di Libano ha parlato anche l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled. Rivolto all’Ansa il diplomatico ha spiegato di aver avuto delle «divergenze» con il governo italiano perché ritiene che i suoi rappresentanti evidenzino «la sofferenza del popolo libanese, e non c’è dubbio che il popolo libanese stia soffrendo, ma non riportano con la stessa attenzione la sofferenza delle comunità israeliane, che noi invece cerchiamo sempre di sottolineare».