La Camera dei Rappresentanti americana ha approvato una risoluzione che ordina il ritiro delle truppe dalla guerra in Iran, con quattro repubblicani che si sono uniti ai democratici: un duro colpo politico per il presidente Usa Donald Trump, che ha però il diritto di veto, spiega il Corriere della Sera. Nelle stesse ore, droni iraniani hanno colpito il principale aeroporto internazionale del Kuwait, provocando un morto e sessanta feriti. Il Kuwait ha espulso due membri dell’ambasciata iraniana.
Nonostante l’escalation, Usa e Iran mantengono i canali negoziali aperti, sottolineano Repubblica e Giornale. Trump ha sostenuto di essere «molto vicino alla firma» di un accordo. Teheran ha smentito su tutta la linea, parlando di «fantasie completamente incoerenti con la realtà» e precisando di non aver fornito alcuna risposta all’ultima bozza di memorandum: nessun accordo finché non saranno soddisfatte le condizioni riguardo al Libano, scrive La Stampa.
«L’Europa non ha il coraggio di schierarsi dalla parte giusta e salvare la nostra civiltà dai barbari»: a due giorni dalla telefonata con Trump che ha frenato l’attacco a Beirut, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu attacca l’Europa in un’intervista a Cnbc, prendendo di mira in particolare il presidente francese Emmanuel Macron, riporta Repubblica. «Leader come Macron sanno bene che Israele protegge anche loro. Quando combattiamo l’Iran e i suoi alleati, non combattiamo solo la nostra guerra, ma anche la vostra». Una mossa, scrive il quotidiano, per liberarsi dall’immagine di leader che esegue gli ordini di Trump, con l’intero arco politico israeliano a criticare la sua linea. Con Trump le divergenze sono solo «tattiche», assicura Netanyahu: «Come accade in tutte le famiglie, alla fine le risolviamo sempre. Sulla questione libanese siamo allineati». Sulla fine della guerra, il premier cita Golda Meir: «Preferisco ricevere un editoriale negativo piuttosto che un necrologio positivo».
L’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled ha criticato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, per non aver dimostrato «la stessa sensibilità di fronte alle sofferenze della comunità israeliana come invece traspare dalle sue parole per il popolo libanese», scrive il Corriere della Sera. Il ministro replica dalle pagine de La Stampa: «Abbiamo reagito con forza al comportamento inaccettabile di un ministro di Israele e di alcuni elementi delle forze di polizia da lui coordinati», riferendosi al caso Ben-Gvir – Flotilla. Con la Germania, aggiunge Tajani, «condividiamo un approccio che mira a incalzare comportamenti del governo, non a penalizzare in maniera indiscriminata la popolazione israeliana». Il capo della Farnesina avverte: «Dobbiamo evitare atteggiamenti che finiscono con il rinforzare, in Israele, l’ala più intransigente e più lontana dalla posizione “due popoli-due Stati”». Sulla crisi di Hormuz, Tajani saluta come «un successo» la flessibilità di bilancio concessa dall’Ue all’Italia, che permetterà di dirottare risorse sul taglio delle bollette energetiche: «La vera soluzione resta però un accordo politico tra Usa e Iran che permetta di liberare definitivamente il passaggio a Hormuz».
Repubblica ricostruisce il caso di Mahmoud al Najjar, ingegnere palestinese che aveva ottenuto una borsa di studio per un master all’Università Tor Vergata, arrestato lunedì dalle Idf al valico di Kerem Shalom mentre usciva da Gaza con un gruppo di 40 persone già autorizzate all’evacuazione. Per l’esercito israeliano è «un terrorista operativo di Hamas che ha partecipato al massacro del 7 ottobre»; per amici e parenti, che hanno lanciato una campagna per il suo rilascio, è «l’uomo più pacifico che conosca, gli piace solo studiare»
«In Libano è una guerra del cessate il fuoco», dichiara a La Stampa l’ex ufficiale dell’intelligence israeliana Shmuel Bar, analista all’Hudson Institute, che preferisce parlare di «pause-fire». Per Bar, Israele ha subito una doppia sconfitta: diplomatica, perché Teheran è riuscita a collegare il dossier libanese ai negoziati con gli Usa, e in termini di deterrenza, perché «la minaccia dei bombardamenti israeliani è di fatto un’arma spuntata». Sul punto debole di Hezbollah, Bar nota che diversi religiosi sciiti «si sono espressi apertamente contro il gruppo, affermando che deve disarmarsi». Sulla telefonata Trump-Netanyahu: «Una pessima pubblicità per Bibi, ma la linea rossa di Trump è che gli israeliani non facciano crollare i palazzi a Beirut». Durante un briefing all’ambasciata israeliana a Roma, riporta Libero, la ricercatrice dell’Inss Orna Mizrahi ha commentato la presenza di miliziani Houthi in Libano accanto a Hezbollah come un «segnale di debolezza» della milizia libanese, costretta a ricorrere all’aiuto di altre forze dell’arco sciita.
Il Foglio pubblica una lunga intervista a Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, che annuncia l’uscita dal Pd. Tra le ragioni della rottura, il rapporto del partito con l’antisemitismo: «Ho il sospetto che il problema non sia soltanto l’incapacità di riconoscere certe derive. Il problema è che troppo spesso manca persino la volontà di affrontarle». «Non esiste un antisemitismo tollerabile perché proviene dal campo giusto», aggiunge. Picierno vive sotto scorta da anni per le minacce ricevute dopo le sue prese di posizione contro la Russia, senza aver ricevuto la solidarietà del gruppo dirigente del Pd. Sul tema Mosca e Ucraina gravita buona parte dell’intervista e in chiusura la vicepresidente dell’Europarlamento traccia un legame tra i leader di Russia, Usa e Israele: «Non mi sfugge che il cuore della proposta di Putin, Trump, Netanyahu e dei loro alleati sia il rifiuto di un modello fondato sulla limitazione dei poteri, tanto in ambito geopolitico che economico». Pensare di contrastare questa forza «recuperando pugni chiusi e bandiere del passato», aggiunge, «rischia di essere quantomeno ingenuo».
«Il Pd che perde pezzi senza riuscire a chiamarla crisi. Storie di esodi non secondari», titola il Foglio ricostruendo le fuoriuscite dal Pd dall’arrivo di Elly Schlein. Tra i casi citati, Daniele Nahum, che ha lasciato dopo il 7 ottobre denunciando «ambiguità su Israele e sul clima cresciuto attorno alla comunità ebraica», ed Emanuele Fiano, che «formalmente non risulta uscito, ma politicamente ha sfiorato la rottura» dopo la richiesta del Pd milanese di interrompere il gemellaggio con Tel Aviv.
Un hotel di Lam, in Alta Baviera, ha risposto a turisti israeliani con un messaggio in inglese: «Nel nostro hotel non sono ammessi ebrei». Gli inquirenti tedeschi stanno indagando per incitazione all’odio e Booking ha rimosso la struttura dal proprio elenco. Analoga vicenda in Italia: una turista israeliana si è sentita rispondere da un agriturismo di Poggibonsi «Benvenuta se dissente da Netanyahu». Il Foglio commenta: «L’antisemitismo classico si è evoluto in versione 2.0. Non si odiano più gli ebrei in quanto razza, ma in quanto “sionisti”. Come dire: ti accettiamo solo se rinneghi te stesso».
Il Festival Salerno Letteratura ha escluso lo scrittore Erri De Luca dalla prolusione di apertura per «incompatibilità» con le dichiarazioni da lui rilasciate nelle scorse settimane sul conflitto israelo-palestinese e sul sionismo. Il Corriere della Sera lo raggiunge al telefono e De Luca spiega: «Non sono stato escluso, è il Festival che si è escluso da me». Poi aggiunge: «Sono anche abbastanza contento di risparmiarmi qualche trasferta». Non parla di censura e non fa polemiche: «A livello personale non mi colpisce nulla, sono invulnerabile. Oggi mi ritrovo in una situazione del tutto nuova, ma che comunque non mi spinge ad aggiungere altro o a polemizzare». La Stampa intervista Gennaro Carillo, condirettore del Salerno Letteratura Festival, che spiega la decisione di spostare De Luca dalla prolusione dopo le sue dichiarazioni su Gaza: «Inutile nascondere che quanto da lui dichiarato ci ha spiazzato. Il discorso di apertura è sempre stato l’atto che riassume il senso del festival, che mai come quest’anno avrebbe voluto avere un valore etico-civile. Di qui, la decisione sofferta di invitarlo in un’altra sezione».
«Le fonti mediatiche occidentali sono diventate così desensibilizzate e infiltrate da non rendersi nemmeno conto di ciò che sta accadendo», dichiara al Riformista David Collier, giornalista britannico specializzato, spiega il quotidiano, «nello smascherare la propaganda di Hamas». Collier descrive la «catena di approvvigionamento della disinformazione»: affiliati di Hamas accreditati come giornalisti forniscono notizie a testate allineate, che le passano a giornalisti di lingua araba inseriti in redazioni occidentali come BBC Arabic e Sky Arabic. Da qui le notizie arrivano alle grandi testate occidentali, i cui corrispondenti non parlano arabo e non possono verificare autonomamente le fonti.
L’Osservatore Romano pubblica una lettura ebraica della prima enciclica di papa Leone XIV firmata dal rabbino Abraham Skorka, già interlocutore e amico personale di Bergoglio. Mettendo a confronto le fonti bibliche citate nell’enciclica con i commenti rabbinici classici, Skorka trova delle convergenze: la torre di Babele rappresenta per entrambe le tradizioni l’idolatria che porta alla disumanizzazione, «la scienza e la tecnologia diventano idoli distruttivi quando le persone attribuiscono loro più importanza che agli altri esseri umani».