«Dall’inizio dell’anno abbiamo avuto almeno due atti di antisemitismo al giorno, non solo sui social ma anche aggressioni fisiche. Riusciamo a fare una vita normale solo sotto la protezione costante dello Stato». Lo ricorda Livia Ottolenghi, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, in un’intervista a Repubblica incentrata sull’antisemitismo. Sul nesso tra azioni del governo Netanyahu e l’odio antiebraico, Ottolenghi è netta: «Dare una ragione e una legittimazione a questa cosa è una delle tante scuse utilizzate come schermo: impedisce di vedere quello che accade veramente». Sul ddl antisemitismo, la presidente Ucei respinge le accuse di chi teme che impedisca critiche legittime a Israele: «Criticare Israele non è antisemitismo, purché si utilizzino termini e narrative che valgono per tutti gli altri Stati». Pur riconoscendo «una difficoltà con alcuni partiti della sinistra», Ottolenghi esclude un divorzio definitivo: «Ho notato anche posizioni diverse di una parte del centrosinistra, che hanno portato a voti a favore del ddl in Senato». Una legge, aggiunge, necessaria per dare un segnale al Paese. Sulla parola genocidio: «Nessuno nega che ci siano stati dei morti, c’è una guerra in corso. Ma il genocidio è un’altra cosa. L’antisemitismo ha avuto un picco a ottobre 2023, quando ancora le Idf non avevano iniziato alcuna azione sul campo». In merito alle critiche piovute su Erri De Luca per aver difeso il diritto di Israele a esistere e messo in dubbio il genocidio, Ottolenghi commenta: «De Luca è una persona che ha una cultura vasta, non ha detto cose particolarmente rivoluzionarie. Non ha negato che sia una tragedia quello che sta avvenendo, ma ha ribadito semplicemente che Israele ha il diritto di esistere».
I quotidiani tornano sullo scontro telefonico tra il presidente Usa Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, rivelato da Axios: Trump, furioso per l’escalation israeliana in Libano che rischiava di far saltare i negoziati con l’Iran, avrebbe gridato a Netanyahu «Sei un fottuto pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il c…o. Tutti odiano Israele per questo». Il giornalista israeliano Amit Segal, citato dal Corriere della Sera, smorza i toni: la telefonata è stata «tesa» ma senza insulti, e i due avrebbero convenuto che «Israele eviterà di colpire Beirut finché non verrà attaccato all’interno dei suoi confini». Trump ha rivelato anche di aver avuto «un’ottima telefonata con Hezbollah», circostanza che «ha suscitato sdegno in Israele», nota Repubblica. Nessuno si aspetta una rottura tra i due alleati, prosegue il Corriere, e c’è chi sostiene che i leak siano «calcolati perché fanno sembrare Trump un duro». Ma le divergenze di interessi sono reali, aggiunge Repubblica: Netanyahu vuole riprendere la guerra e rovesciare il regime iraniano, Trump vuole un accordo che includa la rinuncia al nucleare. «Cosa farà il presidente americano se l’Iran non cede?», si chiede il Corriere.
«Mentre Washington e Teheran si rincorrono a passo di lumaca, il repentino stop ai combattimenti assicurato da Trump in Libano lunedì, quando ha fermato in corner il bombardamento di Beirut, assicurando di avere l’impegno delle parti, in realtà si sta rivelando fragilissimo», scrive Repubblica. Israele sta proseguendo le operazioni contro Hezbollah, mentre il gruppo terroristico attacca soldati e civili. A Gerusalemme le opposizioni attaccano Netanyahu per lo stop su Beirut, accusandolo di essere subalterno a Trump. Il premier israeliano, scrive il Corriere, «non può ignorare il presidente Usa, ma non può neppure permettersi di apparire come un leader che esegue». Secondo il quotidiano Netanyahu non esce schiacciato, dal colloquio: l’esperienza gli dice che «Trump tende a spostare in fretta l’attenzione, lasciando poi a Israele margini di manovra più larghi».
La Stampa sottolinea come la telefonata Trump-Netanyahu abbia reso evidente la priorità americana: impedire che il fronte libanese comprometta il negoziato con l’Iran. Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato al Senato che l’Iran avrebbe acconsentito a negoziare aspetti del suo programma nucleare, «cosa che in precedenza si è rifiutato di fare», escludendo qualsiasi alleggerimento delle sanzioni in cambio della riapertura di Hormuz. A Washington è intanto iniziato il quarto round di colloqui diretti tra Israele e Libano presso il Dipartimento di Stato, ricorda il Giornale. Il Wall Street Journal sostiene che l’Iran ha indotto Trump a «salvare Hezbollah: minacciando le trattative, il regime ha spinto gli Usa a legare le mani a Israele». Per Fiamma Nirenstein (Giornale) Trump rischia di cadere nella «trappola di Teheran»: «L’Iran non ha nessun interesse filosofico o strategico alla pace, ha fatto del cessate il fuoco una pedina del suo gioco di guerra», mentre Hezbollah continua a sparare sui villaggi del nord perché «l’Iran così gli ordina». Sul Foglio Sharon Nizza cita invece l’analisi di Ariel Kahana, corrispondente negli Usa della testata Israel Hayom: «Trump sta commettendo l’errore di collegare l’arena iraniana con quella libanese, permettendo a Teheran di essere ancora padrona di casa in Libano. E Netanyahu ha acconsentito».
Il Riformista analizza le ripercussioni politiche interne israeliane del confronto Trump-Netanyahu. La Knesset ha approvato in prima lettura lo scioglimento del Parlamento, con elezioni entro ottobre. Il ministro di estrema destra Itamar Ben-Gvir, spiega il quotidiano, sta cercando di cavalcare lo scontento degli israeliani del nord in ottica elettorale, dichiarando che Israele dovrebbe «dire no a Trump e colpire duramente Hezbollah anche a Beirut»: un’operazione che, secondo i sondaggi, sta spostando elettori di destra dal Likud verso il partito di Ben-Gvir. «Forse l’amico Trump potrebbe di fatto decretare la fine politica di Netanyahu», conclude il Riformista.
Davanti agli ambasciatori accreditati in Italia riuniti al Quirinale per il 2 giugno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha criticato l’offensiva israeliana in Libano: «Il caos è tristemente evidente in Medio Oriente», e questa è «la conferma che le cattive pratiche raccolgono velocemente seguaci». Sul Foglio, Giuliano Ferrara risponde al capo dello Stato: «Se ai nostri confini avvenisse qualcosa di analogo, grottesco pensare che non ci comporteremmo allo stesso modo. Per dirla con Mattarella, in modo “indebito”». Hezbollah, scrive Ferrara, «è una creazione nichilista e jihadista dell’Iran per l’eliminazione di Israele dalla faccia della terra», mentre «la linea pattizia e attendista con il regime di Teheran ha prodotto l’incendio del Medio Oriente e ha causato centinaia di migliaia di morti».
«C’è una sola istituzione che gode davvero di ottima salute su questo confuso pianeta. La guerra»: su La Stampa Gabriele Segre pubblica un’analisi sul paradosso del mondo contemporaneo, in cui «la guerra è l’unico vero soggetto rimasto» mentre la politica «osserva gli eventi dal balcone delle grandi intenzioni e raggiunge solenni disaccordi su tutto».
Per il capo del gruppo Lgbtq del parlamento israeliano, Yorai Lahav-Hertzanu, del partito di opposizione Yesh Atid, trasformare la critica allo Stato ebraico in «una condizione preliminare per la partecipazione» al Pride di Roma è «un doppio standard, e un doppio standard rivolto agli ebrei è antisemitismo». Nessuno, ha denunciato Lahav-Hertzanu, ripreso da Libero, «dovrebbe essere costretto a scegliere tra la propria identità ebraica e la propria identità Lgbtq».
Per gli ottant’anni della Repubblica, La Stampa pubblica un intervento della storica Anna Foa che ricorda come il 2 giugno 1946 «non era stato un passaggio neutro da un regime istituzionale ad un altro, ma una rinascita dopo una dittatura durata vent’anni e una guerra feroce, le cui decisioni portavano la firma del re». Quella firma, scrive Foa, «sull’aggressione all’Etiopia, sulle leggi razziste del 1938, sull’entrata in guerra a fianco della Germania nazista, fu quanto fece soprattutto pesare la bilancia a favore della Repubblica».
Sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo riflette sugli attacchi a Francesco De Gregori per la sua scelta di non esprimersi sul conflitto a Gaza e in Iran: il cantante e Erri De Luca «appartengono a una generazione che ha un legame sentimentale con Israele», scrive Cazzullo, aggiungendo che l’Israele di oggi è molto diversa da quella «fondata e governata dai laburisti» che quella generazione aveva conosciuto.
Il governo francese, come nel 2024, ha di nuovo limitato la presenza delle aziende israeliane al salone internazionale di Parigi dedicato alla difesa e alla sicurezza Eurosatory: non potranno esporre armi offensive, ma solo sistemi di difesa antiaerea. Israele ha deplorato la decisione (Corriere).
La Digos di Milano ha arrestato Ben Haddi Zakaria, 21enne marocchino, prima che compisse un attentato: ieri è stata convalidata la misura cautelare in carcere. Sui suoi profili social, ricostruisce il Giornale, pagine colme di odio antisemita e violenza verso i cristiani.
Su Domani Micol Meghnagi presenta il suo libro All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria, analizzando l’alleanza tra i governi israeliani di destra e le destre postfasciste europee.