Le cronache dal Medio Oriente si concentrano ancora una volta sul negoziato tra Usa e Iran e sulla situazione in Libano. Al riguardo, viene spiegato, il presidente statunitense Donald Trump avrebbe duramente redarguito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una telefonata.
«Ciò che sta accadendo in Libano può far saltare il negoziato con l’Iran?», chiede Repubblica all’analista militare israeliana Miri Eisin. «Non penso. La situazione in Libano è esattamente quella che l’Iran vuole creare, ossia collegare il fronte libanese agli altri dossier in modo da poterlo usare come leva nella trattativa. Hezbollah combatte perché è l’Iran a volerlo. È come se dicessero: se fermate i combattimenti contro Hezbollah, otterrete condizioni migliori nello Stretto di Hormuz».
«Israele non ha altra scelta se non quella di usare l’azione militare. Deve allontanare Hezbollah dal sud del Libano, dalle comunità israeliane lungo il confine, e deve farlo da solo. Nessun altro lo aiuterà», dichiara ai giornali del gruppo QN l’israeliana Orna Mizrahi, ricercatrice dell’Institute for National Security Studies.
«Nessuno parla più d’un cambio di regime a Teheran: cadrà, ma non adesso. Anche la minaccia Hezbollah non è finita: sono indeboliti, ma ci ammazzano coi droni che costano poco e però non sono uno scherzo», dice la giornalista italo-israeliana Manuela Dviri al Corriere della Sera. «Chi vive al Nord, ne soffre moltissimo. Dice: ok, Bibi, finiamo il lavoro, ammazzane il più possibile. Ingenui! Un accordo col Libano invece potrebbe funzionare molto meglio, costare molto meno e cambiare Israele, come fu dopo gli accordi con Giordania, Egitto ed Emirati».
La Stampa si sofferma su alcuni dettagli inediti relativi alla campagna “Rising Lion” del giugno 2025. Come riportato dalla stampa israeliana, «cellule dormienti di civili iraniani, reclutati dal Mossad e addestrati in Israele, sono stati rimandati nella Repubblica islamica e riattivati al momento della campagna militare». Rispetto ai nuovi equilibri in Medio Oriente, Federico Rampini racconta sul Corriere l’emergere come potenza regionale degli Emirati Arabi Uniti e come ogni azione sia stata coordinata con Usa e Israele, «che hanno fornito intelligence e altri sostegni».
In una “lettera a un amico (immaginario) antisemita” su Domani, Davide Assael affronta tra i vari temi la mostrificazione in atto di Israele «tratta direttamente dalla propaganda arabo-sovietica di staliniana memoria, che ancora infesta la sinistra occidentale». Tale mostrificazione riscuote credito, sottolinea Assael, «perché, a sua volta, poggia su due millenni di antigiudiasmo cristiano pre-conciliare, che ha descritto l’ebreo come spietato, vendicativo, privo di compassione».
Il Riformista racconta come, all’interno del Pd, si sia scatenata una “guerra” per isolare la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno. Ne sono protagonisti, si legge, «soggetti dell’area pacifista, attivisti propal, ultras grillini e aree della sinistra radicale: uno shitstorming in piena regola che ha trovato amplificazione anche negli ecosistemi della propaganda russa».
«Nel dibattito pubblico occidentale esiste un cortocircuito logico e morale che si ripete ogni volta che la cronaca ci mette di fronte alla violenza jihadista: il giustificazionismo», accusa Davide Riccardo Romano sul Tempo. Per Romano, si tratta «di un “privilegio” retorico di cui gode unicamente il terrorismo islamico».
Libero denuncia «l’ultima follia propal» contro Israele: accusare lo Stato ebraico di “ecocidio” a Gaza.
Il Riformista affronta invece il «bullismo antisemita della galassia LGBTQ+», partendo da un episodio avvenuto a Barcellona.