DAI GIORNALI DI OGGI

Bokertov 8 giugno 2026

Israele-Iran, nuovi venti di guerra”, titola il Corriere della Sera in prima pagina mentre la sintesi di apertura di Repubblica è “Iran, missili su Israele”, mentre la Stampa scrive “Netanyahu attacca Beirut, la vendetta iraniana”. A 100 giorni dall’inizio del conflitto tra Iran, Usa e Israele e a due mesi dalla tregua dell’8 aprile scorso, il conflitto in Medio Oriente vive una nuova escalation. I giornali non raccontano dell’ultimo aggiornamento: nella notte tra domenica e lunedì l’aeronautica militare israeliana ha colpito obiettivi militari in Iran occidentale e centrale, tra cui un impianto petrolchimico, in risposta agli undici missili iraniani. Questi ultimi sono stati intercettati; uno diretto verso Gerusalemme è caduto prima di raggiungere il territorio israeliano, mentre alcune abitazioni nei pressi dell’insediamento di Itamar in Cisgiordania hanno subito danni a causa delle intercettazioni. I sistemi di difesa israeliani hanno abbattuto anche un missile lanciato dallo Yemen.

Il Corriere della Sera ricostruisce il ruolo del presidente Usa Donald Trump nella nuova escalation: dopo il lancio di missili iraniani su Israele in risposta al raid su Beirut, il presidente americano ha moltiplicato gli appelli alla moderazione. «Israele ha sferrato il suo colpo e l’Iran ha sferrato il suo. Non ne serve un altro», ha dichiarato, aggiungendo: «Se (il primo ministro israeliano Benjamin) Netanyahu risponde, questo conflitto continuerà ancora e ancora». Trump ha chiamato Netanyahu per chiedergli di non reagire, mentre le forze americane nella regione sono state poste in stato di allerta. La Casa Bianca non vuole che le trattative deraglino, sottolineano Giornale e Repubblica, con il presidente Usa tornato a definire il negoziato «vicino a una conclusione»: «Un’intesa avrebbe potuto essere firmata già all’inizio della prossima settimana», ha sostenuto. Sull’attacco israeliano su Beirut, Trump ha preso le distanze con «insolita freddezza», sostiene Repubblica: «L’operazione non era stata coordinata con Washington. Non sono contento», ha dichiarato il presidente Usa. Il Dipartimento di Stato ha però ribadito il diritto di Israele all’autodifesa, confermando il sostegno ai negoziati con il Libano e accusando Hezbollah di «mettere a rischio il processo».

L’attacco israeliano a Beirut di domenica, scrive il Giornale, nasce da una «nottata agitata» in cui Hezbollah aveva bombardato Israele con razzi e droni, colpendo due cittadine dell’Alta Galilea e il Kibbutz Neot Mordechai, «dove gruppi di bambini si avventuravano in una rischiosa gita scolastica». Poi Netanyahu, dopo aver annunciato al gabinetto di sicurezza che «Israele non avrebbe sopportato oltre gli attacchi continui», ha dato l’ordine di colpire Dahieh. «È un fatto che la leadership della milizia libanese non abbia accettato la tregua decisa a Washington» tra Gerusalemme e Beirut, ricorda Repubblica, che poi si concentra sulle scelte di Netanyahu: «Alcune ricostruzioni giornalistiche sostengono che il primo ministro israeliano sia stato tagliato fuori dal negoziato Usa-Iran. Ed è nervoso perché i sondaggi danno la sua coalizione in calo, in vista delle elezioni di autunno», scrive il quotidiano, aggiungendo: «Dato che non può sbandierare una vittoria sul nemico storico iraniano, la guerra continua in Libano contro Hezbollah è una carta che può giocare quando si apriranno le urne».

In Israele ieri è tornato anche l’allarme terrorismo: un cittadino arabo-israeliano di Tayibe, Mandar Yassin, armato di una mitraglietta «Carlo» artigianale, ha aperto il fuoco in una stazione di servizio di Kochav Yair, poi in altri due punti lungo la strada verso Tzur Yitzhak e Tzur Natan, prima di essere ucciso dalla polizia. Nell’attacco il terrorista a ucciso una persona: Haim Kalomiti, 55 anni, sposato e padre di tre figli, riservista nel Pikud HaOref, la protezione civile militare israeliana, riporta Israele. Nell’attacco sono state ferite altre cinque persone. Un secondo sospettato – un ventenne anche lui di Tayibe – è stato arrestato. Durante la caccia all’uomo, per diverse ore, i residenti della zona si sono dovuti barricare in casa.

«La situazione non si stabilizzerà finché l’Iran avrà questo regime, con questa politica estera e questi obiettivi»: così lo storico israeliano Benny Morris risponde a La Stampa sulla possibilità di riportare l’ordine in Medio Oriente. Sul negoziato con l’Iran, lo storico è scettico: «Ciò che sembra emergere non è buono. L’Iran rinnoverà la sua potenza militare e continuerà lo sviluppo di armi atomiche, a meno che non venga fermato. Ma i negoziati non sembrano portare a questo». Sul Libano: «Finché Hezbollah resta armato e alleato all’Iran, continuerà a essere una minaccia. Potranno esserci i cessate il fuoco, ma ogni volta che potrà riprenderà a sparare». Per Morris il primo ministro Netanyahu in questa fase «sta cercando di seminare confusione e caos sull’esito delle elezioni, proprio come fece Trump». Una domanda verte sul dibattito occidentale che riduce il sionismo a colonialismo: «È un parallelo che non regge. Ridurre tutto a una dinamica coloniale occidentale significa fraintendere la natura storica e politica del sionismo, almeno nella sua fase originaria, fino al 1967».

Le notizie di questi giorni riportano che il Mossad starebbe spiando gli Stati Uniti «a un livello critico», con le conversazioni del negoziatore Steve Witkoff e del sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby che non avrebbero segreti per i servizi israeliani. La Stampa affida a Domenico Quirico un commento ironico: «Fa scandalo? Suvvia, che ipocriti». Quirico ricorda il caso Pollard del 1985, quando l’analista americano Jonathan Jay Pollard trasferiva segreti di Stato a Gerusalemme per 2.500 dollari al mese: a gestire le scuse ufficiali fu proprio Netanyahu, allora ambasciatore, che disse «spiare gli Stati Uniti è in contraddizione con la nostra politica», aggiungendo però la clausola rivelatrice «nelle proporzioni raggiunte». La logica, conclude Quirico, è sempre la stessa: Netanyahu non si fida di Trump, «chi garantisce che lo scombinato Mabuse di Mar-a-Lago domattina non decida di stringere la mano alla Guida suprema?».

«Il Balagan è un piccolo gesto di resistenza che facciamo insieme alla città. Non è un festival politico, ma un luogo in cui discutiamo di attualità in termini di condivisione e non di scontro. Fare cultura serve proprio a questo, a creare un terreno di valori comuni a favore della pace e contro la guerra»: così il presidente della Comunità ebraica fiorentina, Enrico Fink, presenta la quattordicesima edizione del Balagan, il festival della cultura ebraica che dal 18 giugno apre il giardino della Sinagoga di Firenze. Il tema dell’edizione è «L’amore» – in linea con la Giornata Europea della Cultura Ebraica del 6 settembre –, esplorando anche il suo contrario: l’odio. Per questo la serata inaugurale ospiterà un incontro con Marcello Flores e Giovanni Gozzini sul Mein Kampf: «Assistiamo a una recrudescenza dell’antisemitismo. Riemergono pregiudizi antichi sulla scorta della situazione internazionale, ma non solo per quella», spiega Fink. Il 9 luglio arriverà la cantante israeliana Noa: «Sarà un onore averla al Balagan, proprio alla vigilia del suo “Re-Imagine Peace” che porterà a Firenze artisti israeliani e palestinesi. Noa è una pacifista ed essere pacifisti è scomodo. Con lei dialogheremo sul cambiamento del linguaggio e sulle parole che a volte dividono e a volte creano il confronto e stimolano il riconoscimento dell’altro».

Libero denuncia il «cortocircuito» del Pride italiano che celebra Gaza: in giugno, da Genova a Catania, la rassegna «Queer Cinema for Palestine – No Pride in Genocide» porta in sala sei cortometraggi dedicati alla «resistenza» palestinese. Ma, scrive il quotidiano, «dal palco nessuno risponde mai alla più semplice delle domande»: a Gaza non esistono matrimoni tra persone dello stesso sesso, né unioni civili, né tutele anti-discriminazione, ed è formalmente applicabile una norma del Mandato britannico che prevede fino a dieci anni di carcere per gli omosessuali. «Se il Pride nasce per affermare il diritto di vivere liberamente la propria identità sessuale, perché durante queste manifestazioni si parla per ore di colonialismo e geopolitica, mentre la condizione delle persone Lgbt nei territori palestinesi resta quasi sempre confinata nel fuori programma?». La risposta, conclude Libero, sta in «quel meccanismo che porta a vedere contraddizioni ovunque, tranne dove potrebbe creare imbarazzo alla propria parte».

A due anni dall’Operazione Arnon, l’unità antiterrorismo Yamam ha diffuso nuove immagini del salvataggio degli ostaggi Noa Argamani, Almog Meir Jan, Andrey Kozlov e Shlomi Ziv, rapiti al Nova Festival e tenuti prigionieri da Hamas per 246 giorni, come ricorda La Stampa. Le riprese delle bodycam mostrano gli scontri a fuoco nel campo profughi di Nuseirat e i momenti in cui le forze israeliane hanno raggiunto i rapiti. In un frame appare brevemente il soldato Arnon Zamora, morto nell’operazione: «24 è stato colpito», si sente alla radio pochi secondi dopo. «Arnon è caduto a un metro, un metro e mezzo dagli ostaggi», ha ricordato un commilitone a Ynet.

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