DAI GIORNALI DI OGGI

Bokertov 9 giugno 2026

Rallenta per il momento «l’escalation che ha riacceso il conflitto in Medio Oriente, segnando il punto più teso dalla tregua di aprile», racconta il Corriere della Sera facendo il punto sulla situazione in Medio Oriente. Tutto come prima? «In meno di 24 ore, si torna al punto di partenza. Eppure non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume», chiosa La Stampa. Resta quindi da capire «come l’impennata di escalation tra Israele e Iran e la repentina retromarcia abbiano spostato gli equilibri e ridefinito quella che tutti gli esperti di cose militari definiscono “l’equazione”».
«Cosa ha spinto Netanyahu ad agire?», chiede Repubblica all’ex colonnello e analista israeliano Michael Milshtein. «La sua dottrina è basata sull’uso della forza: la sua strategia politica è la guerra continua», sostiene Milshtein. «Non può dire che è finita: perché, a quel punto, dovrebbe rispondere delle sue responsabilità negli eventi del 7 ottobre e delle altre accuse a suo carico. L’ultima cosa che vuole in campagna elettorale. E poi ha bisogno di risultati prima delle elezioni, a tutti i costi. E se non riuscirà con l’Iran e il Libano, tornerà su Gaza, dove Hamas si sta riprendendo». Per il politologo Yascha Mounk, sentito dalla Stampa, «è significativo che Libano e Israele, due nemici storici per eccellenza, abbiano raggiunto un accordo di pace e chiesto entrambi a Hezbollah di disarmarsi». Tuttavia, prosegue Mounk, «è proprio Hezbollah, chiaramente su insistenza dell’Iran, o quantomeno con la sua collaborazione, a continuare ad attaccare Israele e a rifiutare le richieste di disarmo». Con il Corriere parla Ali Vaez, direttore dell’Iran Project dell’International Crisis Group: «Negli ultimi due mesi gli iraniani hanno insistito molto sul collegamento tra tutti i fronti di questa guerra, con riferimento al Libano. Con i raid hanno messo in pratica ciò che finora avevano sostenuto solo a livello retorico. Per loro, il cessate il fuoco viene sfruttato dagli Stati Uniti per indebolire sia l’Iran economicamente con il mantenimento delle sanzioni che Hezbollah attraverso i raid israeliani». «Come vincere questa guerra?», domanda il Foglio a Uzi Dayan, ex generale d’Israele e nipote del leggendario Moshè. «Per Israele, per vincere una guerra contro un’organizzazione terroristica devi capovolgere la sua stessa esistenza. Devi annientarli», osserva. Dall’altro lato, ci sono invece i gruppi terroristici, per i quali per vincere «è sufficiente sopravvivere». Fra i molti effetti dei reciproci bombardamenti fra Iran e Israele «ce n’è uno solo molto semplice: i cittadini israeliani ieri mattina hanno avuto, almeno per i pochi minuti prima di cominciare a correre su e giù nei rifugi, la rinfrescante sensazione di battersi liberamente per la propria vita», scrive Fiamma Nirenstein sul Giornale, parlando di «diritto all’autodifesa» recuperato. A Libero il ricercatore e direttore del settore militare presso l’Istituto David per la Sicurezza, Ronen Itzik, spiega:  «Il regime è ben consapevole di combattere, prima ancora che sul piano militare, una guerra psicologica. È dunque in grado di amplificare la percezione della propria forza ben oltre le reali capacità, costruendo deliberatamente l’impressione di disporre di mezzi eccezionali e di una capacità di proiezione ben superiore a quella effettiva».

Il punto di vista di Hezbollah è esposto da Ali Daher, membro del consiglio politico del gruppo terroristico. «Abbiamo cambiato tattica: li lasciamo entrare e li colpiamo allo scoperto. Siamo pronti a una guerra lunga, Israele no», sottolinea Daher, laureatosi in Medicina all’Università di Padova, in una intervista con Repubblica. «Nella nostra ideologia religiosa e culturale non possiamo accettare che uno Stato illegale in quella che per noi è Palestina abbia il diritto di attaccarci», prosegue il terrorista. «Non abbiamo problemi con gli ebrei. Ma la Palestina è del popolo palestinese, qualunque siano le sue religioni. Se ne permettono il ritorno, come Stato sceglieranno la forma che preferiscono».

Il ministro israeliano della Sicurezza, Itamar Ben Gvir, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Roma per “sequestro di persona e tortura” contro i partecipanti alla Flotilla. «Il procuratore capo Francesco Lo Voi ha affidato gli accertamenti al gruppo di pm che si occupa di antiterrorismo, in un’indagine che si presenta però assai complessa e inevitabilmente lunga», rileva tra gli altri il Corriere, ricordando come l’inchiesta si aggiunga a quella avviata in Francia, «che sugli stessi fatti ha già una contestazione formale contro il ministro».

La storica Anna Foa «parla della legge italiana contro l’antisemitismo «in maniera totalmente priva di fondamento giuridico», scrive il senatore Graziano Delrio sulla Stampa. «Non so dove abbia letto che la proposta di legge equipari l’antisemitismo all’antisionismo: la sfido infatti a trovare una parola sola sull’antisionismo nel progetto di legge e non so dove abbia letto che vi è l’intenzione di impedire qualsiasi dibattito nelle aule universitarie, visto che c’è un articolo, proposto proprio da me, destinato appositamente a promuovere il dialogo e il confronto nell’università». Un dialogo oggi «totalmente impedito» non da una legge, ma «dal comportamento intimidatorio di molti gruppi estremisti».

Il Tempo torna sull’inchiesta della Procura di Genova da cui emergerebbe un presunto sistema di finanziamenti verso Hamas, con possibili passaggi anche dall’Italia, accusando i partiti di opposizione di «mutismo assordante» su quanto emerso. Viene riportato tra gli altri l’intervento dell’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, che ha espresso il proprio apprezzamento al quotidiano e auspicato che la magistratura italiana «faccia piena luce sulla vicenda».

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