DAI GIORNALI DI OGGI

Bokertov 10 giugno 2026

L’Italia si è unita al fronte delle sanzioni contro i ministri israeliani di estrema destra: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto all’Alto Rappresentante Ue Kaja Kallas di portare al Consiglio affari esteri «una proposta di sanzioni nei confronti del ministro Itamar Ben-Gvir, responsabile politico di quel grave atto» contro gli attivisti della Flotilla, raccontano Stampa e Giornale. La mossa italiana, spiega il Corriere, è arrivata dopo le dichiarazioni di Ben-Gvir che aveva definito l’Italia «il Paese delle ciabatte» dopo essere stato iscritto dalla Procura di Roma nel registro degli indagati per tortura e sequestro: «Le parole pronunciate da Ben-Gvir dimostrano qual è il livello politico e morale di questo signore», ha dichiarato Tajani (Stampa, Libero e Giornale). La Francia ha nel frattempo vietato l’ingresso nel proprio territorio anche al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, nell’ambito di un’azione coordinata con Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Norvegia contro individui e organizzazioni «legate alla violenza dei coloni in Cisgiordania», riporta Domani. Il governo israeliano ha definito le misure «vergognose», sostenendo che rappresentano «un tentativo mascherato da lotta alla violenza di impedire agli ebrei di vivere sulla loro terra».

Gli Stati Uniti hanno condotto raid di rappresaglia contro l’Iran dopo che il regime di Teheran ha abbattuto un elicottero Apache americano sullo Stretto di Hormuz, il primo abbattimento di un velivolo Usa in questa guerra. «La missione rappresenta una risposta proporzionata a un’ingiustificata aggressione iraniana», ha dichiarato il Centcom, riporta il Corriere della Sera. I due piloti sono stati salvati in due ore. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha minacciato le forze straniere nelle vicinanze del territorio iraniano: «Sono a rischio costante».

Molti residenti avevano già abbandonato Tiro «nel momento in cui Hezbollah era sceso in guerra al fianco di Teheran, il 2 marzo», racconta La Stampa, ricostruendo i bombardamenti israeliani sulla città portuale libanese. Per la prima volta gli attacchi hanno coinvolto il quartiere cristiano, sottolineano Repubblica, Stampa e Sole 24 Ore. Il gabinetto di sicurezza israeliano ha autorizzato le Idf a lanciare attacchi contro i sobborghi meridionali di Beirut «in risposta a qualsiasi lancio di razzi dal Libano che entri in territorio israeliano, senza richiedere l’approvazione politica». La Stampa rivela intanto che il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri ha informato l’inviato americano a Beirut che Hezbollah sarebbe pronto a un cessate il fuoco «globale» e al ritiro dei suoi uomini a sud del Litani, nell’ambito di un «patto di non aggressione» che non include il riconoscimento di Israele.

Per «almeno 38 volte» Trump ha annunciato l’intesa con l’Iran come quasi fatta, a una media di circa una volta ogni due giorni, riporta il Corriere della Sera. «Pronti per il 39° annuncio?», chiosa il quotidiano, citando l’ultima dichiarazione del presidente: «Lo Stretto di Hormuz riaprirà immediatamente dopo l’accordo. Il che potrebbe avvenire nel giro di due o tre giorni». L’orizzonte resta quello di «un’intesa ridotta», commentano gli analisti. Per Stefano Stefanini su La Stampa Trump si accontenterebbe del «minimo sindacale», ovvero una lunga tregua con riapertura di Hormuz. Il nodo sarebbe il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: «Non si era mai visto un leader israeliano non fermarsi quando glielo diceva il Presidente americano». Dopo una confluenza iniziale, «le due guerre tornano a dividersi» e un accordo per il Libano è «rimandato a ottobre». Per il Paese dei cedri «sarà un’estate turbolenta», dichiara a Repubblica la giornalista libanese Kim Ghattas, che legge gli accordi in discussione come semplici «toppe per non tornare alla guerra ad alta intensità».
Il Corriere della Sera intervista Mike Pregent, senior analyst del Medio Oriente ed ex ufficiale dell’intelligence militare americana. «Hezbollah non è un dossier separato dall’Iran: è uno strumento della strategia regionale di Teheran», spiega Pregent, secondo cui finché Washington continua ad assorbire ogni escalation libanese nel negoziato con Teheran, «Beirut resterà ostaggio di una dinamica che non controlla». Sul futuro del Libano: «Il rischio è che non venga ricostruito come Stato, ma semplicemente ridisegnato come terreno di competizione tra potenze regionali».

«Più dell’umorale Trump, Netanyahu dovrebbe temere i Maga», scrive il Foglio, riprendendo le analisi di Avishay Ben Sasson-Gordis dell’Inss e dell’analista di sicurezza Eli Bar-On. Per quest’ultimo le tensioni pubbliche tra i due leader potrebbero essere in parte orchestrate: «Non mi sorprenderebbe se stessero coordinando in anticipo cosa far trapelare di ogni conversazione, perché fa comodo a entrambi». Il vero problema, avverte Bar-On, è la frangia isolazionista e antisemita crescente dentro il Partito repubblicano: «Israele dovrebbe affrontarla apertamente, avviare una discussione pubblica con il popolo americano».

«La guerra tra le spie del Mossad», titola il Corriere della Sera, ricostruendo le tensioni interne all’intelligence israeliana: il nuovo capo Roman Gofman, ex segretario militare di Netanyahu, ha rimosso il suo numero due, noto come Aleph, pluridecorato con 22 anni di carriera, che ambiva alla direzione e era sostenuto dal direttore uscente David Barnea. Sullo sfondo, le frizioni con gli Usa: il Pentagono ha alzato al livello massimo l’allerta contro lo spionaggio israeliano, con il negoziatore Steve Witkoff tra i bersagli delle intercettazioni. La versione israeliana «scarica la responsabilità del mancato successo in Iran sulla Casa Bianca», prosegue il Corriere, che avrebbe fermato l’attacco «troppo presto». Un altro filone riguarda il vicepresidente JD Vance, accusato da fonti israeliane di aver rivelato al leader turco Recep Erdogan il piano di armare i curdi per partecipare all’assalto all’Iran, bloccando così la manovra.

Un nuovo rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu sui territori palestinesi denuncia le violazioni dei diritti umani subite «sistematicamente e deliberatamente» dai civili palestinesi, riporta Repubblica. Nel documento si parla di «violenza dei coloni israeliani» come «diretta conseguenza delle politiche israeliane mirate a consolidare gli insediamenti illegali», dall’altro si citano le «esecuzioni sommarie e gravi violenze fisiche» dei terroristi di Hamas. L’organizzazione UnWatch contesta però la «persistente parzialità» della Commissione Onu, sottolineando come «metà del rapporto si concentra sulle violazioni israeliane, mentre solo il 9% tratta gli attacchi palestinesi contro gli israeliani».

Karim Khan, il procuratore della Corte penale internazionale che ha chiesto il mandato d’arresto contro Netanyahu, è stato sospeso per accuse di molestie sessuali nei confronti di una collaboratrice: una decisione senza precedenti nella storia della Corte, racconta Repubblica. Khan respinge ogni accusa e parla di una decisione «illegittima». Libero riporta che il fratello di Khan, l’ex deputato conservatore britannico Imran Ahmad Khan, è stato condannato nel 2022 per abusi sessuali su un quindicenne.

Un report del ministero della Diaspora israeliano ha mappato le reti italiane della Fratellanza Musulmana, individuando cinque principali organizzazioni affiliate operanti sotto l’ombrello dell’Ucoii. Ne scrivono Giornale e Libero, riportando come a febbraio 2026 PayPal avrebbe negato all’Ucoii la possibilità di ricevere donazioni online, indicandola come «attualmente non idonea». Tra le organizzazioni citate figurano i Giovani Musulmani d’Italia, l’Istituto Bayan di Verona, l’Associazione dei Musulmani Italiani e l’Associazione dei Palestinesi in Italia, fondata da Mohammad Hannoun, in carcere dal dicembre scorso come presunto capo della cupola di Hamas in Italia. Il sistema finanziario si baserebbe su capitali esteri, principalmente dal Qatar: la fondazione «Qatar Charity» avrebbe finanziato 43 moschee affiliate all’Ucoii. Tra le tecniche di raccolta fondi locali, oltre alla zakat, l’utilizzo del 5×1000, «modalità tipica della Fratellanza Musulmana».

Su La Stampa Gabriele Segre torna sull’escalation in Medio Oriente per riflettere sulla rivoluzione dei droni: «La guerra contemporanea è combattuta a migliaia di chilometri di distanza da sale operative climatizzate che ricordano più un open space di Cupertino che il fronte orientale del ’44». Il drone, scrive Segre, «compie il salto definitivo: non è più soltanto il corpo della guerra ad allontanarsi, ma la sua percezione intera. La trasforma in interfaccia, in modalità multiplayer». Il risultato è «la sostenibile leggerezza di uccidere».

Il Foglio ricostruisce il caso del regista israeliano Nadav Lapid, noto per le sue posizioni critiche verso il governo Netanyahu, cui è stato revocato l’invito a far parte della giuria del festival cinematografico di Marsiglia dopo le pressioni di registi e attori pro-palestinesi che hanno minacciato di ritirare i loro film. «Non fa distinzioni tra le persone, ai loro occhi sono colpevole in virtù della mia identità», ha dichiarato Lapid. «Non esiste dissidente israeliano abbastanza puro da essere assolto. Si tratta di dichiarare impuro un intero popolo», commenta il Foglio.

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