Vari raid statunitensi hanno colpito obiettivi del regime in risposta all’abbattimento da parte dell’Iran di un elicottero Apache degli Usa sullo Stretto di Hormuz. Proprio quell’area resta uno dei principali teatri dello scontro, come riporta tra gli altri il Corriere della Sera. Di nuovo ieri, per il secondo giorno consecutivo, il Centcom ha annunciato di aver messo fuori uso «una petroliera accusata di trasportare greggio iraniano in violazione del blocco navale imposto dagli Stati Uniti». Dopo gli attacchi il presidente Usa, Donald Trump, ha dichiarato che «se l’Iran non firma un accordo, lo bombarderemo senza pietà». Vari quotidiani si interrogano sui possibili sviluppi. Per il Giornale si tratta al momento di una «escalation controllata» perché «i nuovi lampi di guerra in Medio Oriente assomigliano a un botta e risposta e non alla ripresa di un conflitto aereo totale, h 24». Tuttavia, «l’escalation può velocemente sfuggire di mano».
Tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu c’è ancora una visione strategica comune?, chiede La Stampa al politologo israeliano Yossi Shain. «No, non credo», risponde. «Netanyahu potrebbe desiderare di abbattere definitivamente l’Iran, quello che definisce “la piovra” della regione. Ma per Trump ci sono altri interessi in gioco. Non può permettersi di passare per il perdente contro l’Iran, sarebbe una macchia sulla sua reputazione e minerebbe la sua eredità di presidente che porta solo vittorie». Secondo Shain, «non sappiamo ancora se Trump troverà un’onorevole via d’uscita da presentare come un grande risultato, con l’Iran che rinuncerà alle sue ambizioni nucleari». Ma è solo lui, sostiene, «a tenere le carte in mano».
L’Italia ha deciso di non firmare la “Dichiarazione congiunta sull’attività statale iraniana di minaccia in Europa, Nord America e Australia”. Il nostro, spiega Repubblica, è stato «l’unico paese di peso nel continente a sfilarsi» insieme alla Spagna. Nel documento si condannano «i complotti letali e altre azioni maligne» portate avanti da parte «dell’Organizzazione di Intelligence della Guardia Rivoluzionaria Islamica dell’Iran, della Forza Quds e del Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza, inclusi quelli contro dissidenti iraniani, giornalisti e comunità e interessi ebraici e israeliani». Per Repubblica, le ragioni della decisione italiana «possono avere diversi motivi, che svariano da alcuni aspetti specifici del testo a preoccupazioni per la sicurezza nazionale».
«Cosa resta della forza» degli Houthi? Se lo chiede il Foglio, interpellando al riguardo Uzi Rabi, professore di Storia del Medio Oriente presso l’Università di Tel Aviv. Con i loro recenti attacchi e le reiterate minacce «gli Houthi stanno ricordando a Israele, agli Stati Uniti ma soprattutto ai loro alleati del Golfo che il vero punto vulnerabile non è soltanto il cielo sopra Tel Aviv, ma anche il corridoio marittimo attraverso cui passa una parte essenziale dell’economia globale», spiega l’esperto, secondo il quale questa è la loro più grande forza negoziale, «anche nei confronti di Teheran» e «forse la ragione per cui continuano a brandire la minaccia di Bab el Mandeb senza arrivare, almeno per ora, a chiuderne davvero le acque».
Per gli ebrei italiani «diventa sempre più difficile partecipare a una manifestazione pubblica», attesta il Foglio, soffermandosi in particolare sull’esclusione dell’organizzazione Keshet dalla sfilata dei carri del prossimo Pride di Roma. Il Foglio e Libero segnalano le parole di allarme di Dalia Gubbay, vicepresidente della Comunità ebraica di Milano: in un’intervista telefonica Gubbay ha affermato che «ci sono momenti in cui ci sentiamo veramente come negli anni ’30».
Il Riformista parla della «nuova truffa semantica» di Francesca Albanese, che ha sostenuto come l’antisemitismo riguardi anche gli arabi perché «popoli semiti». Si tratta, racconta il Riformista, «di una calcolata menzogna storica che non solo è errata sul piano etimologico, ma fa parte di una strategia più ampia di inversione delle responsabilità».
A Firenze i carabinieri hanno svolto delle perquisizioni nelle case di due esponenti dei Carc. Come riferisce il Giornale, il mandato di perquisizione «riguarderebbe la ricerca di presunto materiale diffamatorio nei confronti di Marco Carrai, da tempo nel mirino della galassia antagonista per il suo ruolo di console onorario di Israele».