DAI GIORNALI DI OGGI

Bokertov 12 giugno 2026

Il presidente Usa Donald Trump ha dichiarato ai suoi sostenitori di aver «concluso la guerra con l’Iran oggi», aggiungendo che Teheran «ha accettato di non avere mai un’arma nucleare». Teheran smentisce: il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha dichiarato che la Repubblica islamica «non ha raggiunto una conclusione finale sull’accordo». Repubblica racconta la giornata convulsa del negoziato Usa-Iran: alle 8.22 Trump ha minacciato di colpire «molto duramente» il regime di Teheran e di occupare l’isola petrolifera di Kharg, alle 13.28 ha annullato tutto perché «le discussioni con l’Iran sono state portate al più alto livello della leadership e approvate». E poi ha annunciato il raggiungimento di un «ottimo accordo», ipotizzando la firma già nel fine settimana in Europa alla presenza del vicepresidente JD Vance. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nota Repubblica, non sarebbe stato informato della svolta.

Il Corriere della Sera elenca quattro nodi che rischiano di far saltare l’accordo Usa-Iran. Il primo è la questione degli asset congelati: Teheran chiede che dai 6 ai 12 miliardi di dollari di proventi petroliferi vengano sbloccati subito, Washington vuole rilasciarli a tappe e solo per acquisti umanitari. Il secondo è la riapertura di Hormuz: il problema si nasconde nella parola «graduale», ovvero chi controlla che l’altro mantenga la parola. Il terzo è il nucleare, rimandato alla «fase due»: è lì, sostiene il Corriere, che «tutto potrà di nuovo deragliare». Il quarto sarebbero le intenzioni di Netanyahu: «Ogni raid sul Libano o sulle milizie alleate dell’Iran può far saltare l’intesa prima ancora che sia firmata».

Repubblica intervista Richard Haass, presidente emerito del Council on Foreign Relations, che boccia l’esito del conflitto: «Siamo al quarto mese di questa guerra e gli Stati Uniti non hanno raggiunto i loro obiettivi dichiarati. È uno di quei conflitti in cui tutti hanno perso». L’economia iraniana ha pagato un prezzo enorme, gli stati del Golfo hanno visto il loro modello di business messo a rischio, gli Usa si sono indeboliti, «e anche per Israele è stata negativa: sì, controlla più territorio a Gaza, Libano e Siria, ma è piuttosto diviso e il rapporto con gli Usa è peggiorato». Sull’accordo annunciato da Trump, Haass è scettico: «Prima o poi torneremo a una sorta di accordo molto imperfetto, ma non credo che sarà pace. Nemmeno un cessate il fuoco duraturo». Sugli Accordi di Abramo: «I sauditi non si muoveranno, perché non sta succedendo nulla sulla questione palestinese». Sul conflitto con l’Iran, la tesi invece di Daniel Levy, presidente dell’ong U.S./Middle East Project, intervistato da La Stampa, è che Israele starebbe «trascinando gli Stati Uniti in una campagna militare massimalista, facendo deragliare i negoziati e fissando obiettivi intenzionalmente irrealizzabili». Il Foglio intervista Michael Herzog, già ambasciatore israeliano a Washington e fratello del presidente d’Israele Isaac Herzog. Per il diplomatico, «la posizione degli Stati Uniti, e certamente quella di Israele, è che in concreto, sul terreno, l’Iran non arricchirà uranio sul proprio suolo per molti, moltissimi anni. L’Iran accetterà davvero queste condizioni? È una domanda aperta. Io ne dubito». Sul Libano: «Gli Stati Uniti hanno annunciato un cessate il fuoco, ma in realtà un cessate il fuoco non esiste. C’è solo fuoco. Abbiamo già perso 70 soldati da quando è stato annunciato». Herzog descrive infine il paradosso del rapporto Trump-Netanyahu: «Quando si parla con gli israeliani, si lamentano del fatto che Trump nega a Israele la libertà di decisione. Agli occhi degli americani sembriamo controllare il loro processo decisionale. È un paradosso».

L’esercito israeliano ha condotto ieri nuovi attacchi sul Libano meridionale: lo riferiscono agenzie di stampa locali, secondo cui le aree prese di mira sono i distretti di Nabatieh, Tiro e Bint Jbeil. Le Idf hanno annunciato l’eliminazione alcuni terroristi di Hezbollah, che avevano trovato rifugio in un sistema di tunnel nei pressi di Beaufort: immagini relative ai tunnel e alla presenza di uomini armati erano state diffuse da Times of Israel, segnala il Corriere della Sera, che riporta la critica del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani: «Israele ha il diritto di esistere e di non essere attaccato da Hebzollah e dall’Iran, ma non ha il diritto di attaccare il Libano». Il ministro ha poi aggiunto: «Tutti devono fare un passo in avanti verso la pace, ma mi pare che in questo momento Hezbollah sia tra quelli che non la vogliono».

Ucraina, Israele e politica economica sono i temi toccati dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in audizione alle Camere in vista del Consiglio europeo del 18-19 giugno, riportano i quotidiani. Sul conflitto ucraino, Meloni ha attaccato il formato E3 tra Parigi, Berlino e Londra – «nessun formato ha la legittimità di parlare a nome dell’Europa» – e proposto una figura europea autorevole per il negoziato con Mosca. Il nome di Mario Draghi circola nei corridoi senza conferme ufficiali. Su Israele, la presidente del Consiglio «conferma le sanzioni a coloni e al ministro di estrema destra Itamar Ben-Gvir», sottolinea Repubblica, ma ribadisce il no alla sospensione dell’accordo Ue-Israele. La notizia politica di giornata, aggiungono Sole 24 Ore e Stampa, è il primo affondo esplicito contro i deputati di Futuro nazionale di Roberto Vannacci, colpevoli di aver votato sei volte contro la fiducia: «La vera destra non è mai funzionale alla sinistra».

Stati Uniti, Australia ed Europa hanno condannato in una dichiarazione congiunta i piani sostenuti dall’Iran per colpire dissidenti iraniani, giornalisti e comunità ebraiche: «La Repubblica islamica dell’Iran deve fermare immediatamente queste azioni», si legge nella nota, riportata dal Foglio. È la prima volta che accade. Il rischio, scrive il Washington Post citato dal quotidiano italiano, è che «l’Europa diventi il campo da gioco preferito per il terrorismo dell’Iran». Nell’ultimo anno si registrano sinagoghe bruciate a Londra, Liegi, Rotterdam e Amsterdam, ristoranti casher sotto sorveglianza, musei ebraici vandalizzati a Parigi e Berlino. Oltre l’80 per cento degli attacchi ha colpito la comunità ebraica.

Hamas avrebbe costruito camere di tortura all’interno di ospedali e scuole di Gaza, dove i suoi uomini interrogano e torturano palestinesi sospettati di slealtà. È quanto sostiene un’inchiesta del sito Free Beacon, ripreso oggi da Libero. Sotto il controllo del gruppo terroristico sarebbero tornati l’ospedale dei martiri di al-Aqsa a Deir al-Balah, l’ospedale Nasser di Khan Younis e l’ospedale al-Ma’amadani a Gaza City. Le testimonianze video, girate segretamente dalla testata araba Jusoor News, mostrano «sevizie e detenzione» sistematiche: «Le persone vengono picchiate all’interno del centro di dialisi», racconta una donna di Gaza.

È morta a 94 anni Sultana Razon, pediatra che aveva dedicato la vita alla lotta contro i tumori infantili e vedova dell’oncologo Umberto Veronesi. Ne danno notizia numerose testate, ricostruendone la biografia. Nata a Milano nel 1932 da una famiglia ebrea sefardita di origini turche, Razon fu deportata a nove anni prima a Ferramonti di Tarsia e poi a Bergen-Belsen, lo stesso lager dove morì Anna Frank. Per decenni non raccontò la sua storia, finché in pensione cominciò a portare la sua testimonianza nelle scuole: «Dopo aver scelto di non parlare, ho capito che era arrivato il momento di dare il mio contributo». Razon esercitò come pediatra per oltre quarant’anni, fu tra le fondatrici dei primi reparti di oncologia pediatrica negli ospedali milanesi, ricevendo l’Ambrogino d’Oro nel 2019.

Sarà un dialogo tra lo scrittore Erri De Luca e il giornalista Maurizio Molinari a aprire domenica alle 19.00 l’edizione 2026 di Ebraica, il festival promosso dalla Comunità ebraica di Roma che si chiuderà il 17 giugno. La scelta di De Luca, sottolinea il Corriere «arriva a pochi giorni dalle polemiche sulla partecipazione, poi riveduta e infine saltata, dello scrittore a “Salerno Letteratura”. Repubblica Roma presenta il programma di Ebraica, citando l’inaugurazione della mostra fotografica Exodus. Le navi della speranza sull’epopea dell’Aliyah Bet.

Al Festival di Taormina, dove riceve il premio alla carriera legato ad Anna Magnani, Corriere della Sera, Stampa e Giornale intervistano l’attrice britannica Helen Mirren, che ha interpretato l’ex premier Golda Meir. Sul video che la mostra insultata da un uomo che le grida «p. sionista», Mirren minimizza: «Era mentalmente instabile». Poi alla domanda su Israele: «Ho grandi amici in quel Paese, dove ho vissuto sei mesi al tempo della Guerra dei sei giorni. Da giovane ho avuto due fidanzati ebrei. Sono nata nel 1945, se ripenso alla tragedia immane vissuta in Israele con l’Olocausto, dobbiamo riflettere su ciò che stanno vivendo ora. Questa guerra è distruttiva per la stessa Israele. Come può replicare crimini contro l’umanità?».

«”La tredicesima tribù” scritto per combattere l’antisemitismo ma amato dai nazi», titola il Foglio recensendo la riedizione del libro di Arthur Koestler (Meltemi): scritto nel 1976 per demolire l’odio antiebraico attraverso la tesi storicamente infondata che gli ebrei ashkenaziti discenderebbero dai cazari. Il testo, spiega il quotidiano, è diventato strumento dei neonazisti e dei complottisti, che lo citano per negare il diritto di Israele a esistere.

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