La firma dell’intesa tra Usa e Iran, annunciata da Donald Trump, dovrebbe tenersi venerdì 19 giugno a Ginevra. A partire da quel momento dovrebbe quindi aprirsi una fase di trattative dalla durata di sessanta giorni: tanto «durerà il negoziato che separa la Repubblica islamica e gli Stati Uniti da un accordo di pace, e dovrebbe cominciare venerdì, dopo che le due delegazioni firmeranno dal vivo il memorandum d’intesa», informa il Corriere della Sera. «Non si tratta di un accordo vero e proprio, ma di un biglietto d’ingresso alla fase due che mette nero su bianco il minimo comune tra gli avversari: la riapertura dello Stretto di Hormuz, la revoca del blocco americano sui porti iraniani, l’estensione per altri sessanta giorni della tregua firmata ad aprile». Per il Corriere, la road map di quei sessanta giorni è già scritta: «Si parlerà di nucleare, e quasi soltanto di quello. Non di missili balistici, non di Hezbollah, non di Hamas. Trump le sue concessioni sembra averle già messe sul tavolo». Nel registrare lo «scontento di Israele», il Corriere segnala come pochi leader politici locali, anche tra quelli all’opposizione del governo, «pensano che l’intesa tra la Casa Bianca e Teheran sia accettabile per il Paese» e «al limite ammettono che in questo momento vada accettata perché è l’amico Donald Trump a imporla». Michael Ignatieff, ex docente di Storia ad Harvard ed ex leader del Partito liberale canadese, intervistato da Repubblica, giudica l’accordo «peggiore di quello che ottenne Obama», perché «all’epoca la questione nucleare era inclusa, oggi no». Secondo il politologo israeliano Ahron Bregman, sentito dalla Stampa, «Netanyahu sperava di presentarsi agli elettori israeliani con qualche vittoria alle spalle per convincerli a rieleggerlo, ma tutto ciò che può mostrare è un fallimento dopo l’altro». A detta dello studioso, non ci sarebbe da sorprendersi se l’attuale primo ministro di Gerusalemme «sabotasse le prossime elezioni in Israele qualora si rendesse conto che perderà». Sul Giornale, Fiamma Nirenstein scrive che Donald Trump «per mille ragioni cercherà la pace ma i fatti gli dimostreranno che con un regime sciita millenaristico, come Bernard Lewis ha spiegato più volte, è impossibile». Per Nirenstein, lo Stato ebraico resterà fino ad allora «il forte guardiano dei limiti della decenza e della ragionevolezza legati almeno agli Hezbollah e all’uranio arricchito». Nelle cronache dal Medio Oriente i giornali danno conto delle colorite parole con cui Trump, parlando con Netanyahu, avrebbe commentato l’azione israeliana contro Hezbollah a Beirut. Repubblica, tra gli altri, parla di un Trump “infuriato”.
In un’intervista con La Stampa l’arcivescovo Michele Pennisi qualifica come atto discriminatorio la petizione per chiedere la messa al bando dello scrittore israeliano Eshkol Nevo dal festival del Libro Possibile di Polignano a Mare, sottoscritta da alcuni esponenti del clero. «La politica del governo israeliano va condannata ma ciò non rende plausibile l’esclusione dal festival di uno scrittore solo perché israeliano. Si configura come atto di antisemitismo», sostiene Pennisi, secondo il quale «chiunque deve poter esprimere liberamente il proprio pensiero senza che previamente venga pretesa una esplicita dichiarazione di conformità a comando».
Corriere della Sera e La Stampa, tra gli altri, segnalano le parole pronunciate dallo scrittore Erri De Luca nel corso della serata inaugurale del festival romano Ebraica, dove ha dialogato con Maurizio Molinari a pochi giorni dall’esclusione dalla manifestazione Salerno Letteratura: «Oggi si polarizzano le parole, diventano slogan e se non le adotti sei un traditore. Sionista è diventato erroneamente sinonimo di espansionismo, e invece definisce il diritto di Israele ad esistere».
Di cosa parliamo quando parliamo di sionismo? Ne scrive Daniela Santus, sul Foglio, spiegando come questa parola, forse tra le più usate nel dibattito pubblico, «è anche tra le meno capite». E la conseguenza, chiosa, «non è solo intellettuale: è pratica, politica, produce esclusioni, oltre che una conversazione impossibile».
Il Foglio riprende un saggio su Israele di Alana Newhouse, direttrice della pubblicazione ebraica Tablet. Per Newhouse, le espressioni di disgusto «sono spesso prove di invidia» e il sionismo è «un bersaglio» di molti nelle società occidentali perché rappresenta «una forma di nazionalismo orientata al futuro piuttosto che al passato».
«Il gay pride sta cambiando genere. La sfilata non è più soltanto una rivendicazione dei diritti della comunità lgbtq+, come era sempre stata. Il suo spirito, liberale e libertino, si sta perdendo, contaminato dal germe dell’antisemitismo». Lo scrive Libero, soffermandosi sulle aggressioni del fine settimana a Bologna.