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Rayhane Tabrizi: Pasdaran ancora forti e l’Occidente non aiuta

Rayhane Tabrizi: Pasdaran ancora forti e l’Occidente non aiuta

«La prima cosa che mi aspetto è un nuovo blackout di Internet, perché rappresenta il modo migliore per soffocare le voci» di chi dissente. Lo spiega a Pagine Ebraiche Rayhane Tabrizi, una delle figure più esposte della comunità dei dissidenti del regime khomenista in Italia. Per Tabrizi, nata a Teheran nel 1979, era prevedibile che si arrivasse a questo punto, «perché il regime vede nella prosecuzione della guerra una possibilità di sopravvivenza politica, così come l’allungamento della guerra con l’Iraq contribuì a suo tempo rafforzare e consolidare le radici della sua permanenza al potere nel Paese». Una parte importante dell’opinione pubblica mondiale e «in particolare alcuni settori della sinistra internazionale» sono schierati contro Israele, premette l’attivista. Il regime ne è consapevole e «cerca di sfruttare il momento a proprio vantaggio», anche in considerazione del fatto che «in tempo di guerra la repressione interna può intensificarsi con il pretesto della sicurezza nazionale, mentre l’attenzione internazionale viene assorbita dal conflitto e si distoglie dalle continue violazioni dei diritti umani in Iran». Secondo Tabrizi il regime è oggi «notevolmente indebolito» rispetto al passato, pur cercando di «mantenere un’immagine di forza». Tuttavia, «non si può ignorare il fatto che, sia a causa della guerra e dei bombardamenti, sia per le possibili conseguenze economiche legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz, il Paese si trovi in una situazione estremamente difficile». E se per continuare a produrre armamenti e sostenere le milizie alleate, il regime ha bisogno di «ingenti risorse economiche», l’aspetto più evidente dell’azione lanciata contro Israele, per Tabrizi, è la conferma della tesi che la Repubblica islamica si è trasformata di fatto «nella forza per procura di Hezbollah». In altre parole, il governo ha combattuto, anche contro il proprio popolo, represso nel sangue, «affinché la Dahiyeh di Beirut non subisse danni».
Cosa chiede l’associazionismo iraniano in diaspora alla politica italiana? Molto semplicemente, chiosa Tabrizi, «non bisogna legittimare la Repubblica Islamica» e questo «significa ridurre al minimo, o meglio ancora interrompere, tutti i rapporti commerciali e, possibilmente, diplomatici con il regime». E visto che l’Italia, insieme ad altri 26 Paesi dell’Unione europea, ha sostenuto l’inserimento del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica nella lista delle organizzazioni terroristiche, «bisogna prendere atto che oggi il Paese è di fatto gestito» dalle medesime. Il regime va quindi isolato, ribadisce. Tabrizi è consapevole che «ciò probabilmente non accadrà e che l’Unione europea non ragiona in questi termini: tuttavia, quantomeno dovrebbe essere esercitato un rigoroso controllo su tutte le attività delle ambasciate del regime e delle strutture collegate, come i centri culturali, che spesso vengono accusati di organizzare attività contro i dissidenti e di favorire l’espansione della rete d’influenza del regime nel cuore dell’Europa».

La vicenda di Parigi
Negli scorsi giorni Tabrizi è stata protagonista di una spiacevole vicenda parigina, di cui scrive oggi il Tempo. L’attivista ha denunciato di essere stata spinta contro una macchina e perquisita da poliziotti francesi dopo una sua foto con il dito alzato davanti all’ambasciata iraniana. «L’Occidente, continuando a legittimare il regime teocratico e criminale della Repubblica islamica, contribuisce indirettamente alla repressione del popolo iraniano», accusa al riguardo. Accade anche in Italia, dove si continuano a organizzare eventi pubblici e dove rappresentanti istituzionali hanno aperto alla possibilità di un dialogo con il regime. Tutto ciò, lamenta Tabrizi, «viene percepito da molti come un fatto molto grave e come un’offesa nei confronti del popolo iraniano che lotta». Anche nel nostro Paese c’è stata una levata generale di commozione per la morte di Marjane Satrapi, artista e intellettuale iraniana celebre per il fumetto autobiografico Persepolis. Eppure le ragioni dei dissidenti sono in genere poco sostenute dall’associazionismo e dalla società civile. Perché? «Non è affatto strano. L’Occidente è concentrato a 360 gradi su se stesso, sui propri interessi e sui propri piaceri», dice Tabrizi. «È vero che Marjane Satrapi è e resterà un’icona dell’arte e che è riuscita a trasmettere la complessità dell’Iran prima e dopo il ’79 attraverso un linguaggio semplice. Tuttavia, anche lei ha criticato fortemente l’Occidente per la sua ipocrisia nei confronti della lotta del popolo iraniano, tanto da rifiutare la Legion d’Onore, accusando il governo francese di ipocrisia, la stessa ipocrisia che ho riscontrato in quello che mi è successo a Parigi negli scorsi giorni». Quindi, insiste l’attivista, «la risposta viene quasi automatica: finché italiani ed europei possono restare nella loro comfort zone e, ogni tanto, con un gesto carino e di bon ton, fare qualcosa per un popolo per sentirsi generosi, lo fanno. Ma quando entrano in gioco i loro veri interessi (nel nostro caso, il petrolio), allora tutti spariscono». Inoltre, prosegue Tabrizi, all’Occidente piace interpretarsi nel ruolo di “salvatore”. E se all’inizio del movimento “Donna, vita, libertà” molti pensavano «ecco una nuova vittima, possiamo soddisfare il nostro senso di salvezza», le donne iraniane hanno subito dimostrato di non essere vittime passive «e di non avere bisogno solo di solidarietà, ma di complicità, collaborazione e lotta sullo stesso piano». Una richiesta che, evidentemente, «risulta troppo impegnativa per l’Occidente».

Adam Smulevich

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