MEDIO ORIENTE

Erdogan alza i toni contro Israele, per gli analisti: «Turchia minaccia più grande»

Erdogan alza i toni contro Israele, per gli analisti: «Turchia minaccia più grande»

«Gli attacchi israeliani in Siria e Libano sono arrivati al punto da minacciare anche la Turchia». Recep Tayyip Erdogan ha scelto ancora una volta il Parlamento di Ankara per lanciare il suo messaggio contro Israele. Un messaggio accompagnato da minacce, dal ritorno del paragone tra Benjamin Netanyahu e il nazismo e dalla promessa di una risposta «forte e chiara» se verranno toccati gli interessi turchi o dei turco-ciprioti nel Mediterraneo.
La risposta di Gerusalemme è arrivata nel giro di poche ore. In una nota il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito Erdogan «un dittatore antisemita» che sostiene Hamas, perseguita gli oppositori politici e «non può impartire lezioni morali allo Stato di Israele». Lo scontro tra i due leader non è una novità e in Israele cresce il numero di analisti che considera Ankara una minaccia strategica almeno pari, se non superiore, a quella iraniana.
Tra questi c’è Dean Shmuel Elmas, che sul quotidiano economico israeliano Globes ha pubblicato un’analisi dal titolo: «La minaccia più grande per Israele è la Turchia, non l’Iran». Secondo l’analista la questione turca è già un problema concreto per Israele. «La prospettiva secondo cui la Turchia sarebbe una minaccia futura è sbagliata alla radice», osserva. A suo giudizio, Ankara dispone oggi di strumenti che Teheran non possiede: una forza economica maggiore, una rete diplomatica più estesa e un apparato militare molto più sviluppato.
Secondo i dati citati da Globes, la Turchia esporta circa l’1,8% del commercio mondiale di armamenti, una quota sei volte superiore a quella iraniana, mentre il bilancio della difesa turco è oltre cinque volte più alto. Ma il punto centrale dell’analisi riguarda soprattutto l’approccio regionale di Erdogan. «Ankara ha preso la strategia dei proxy dell’Iran e l’ha perfezionata», scrive Elmas. «Mentre la Repubblica islamica si serve di attori non statali, la Turchia manovra Stati». Il riferimento è alla crescente influenza turca in Siria, Libia e Somalia, aree considerate sempre più rilevanti anche dalla sicurezza israeliana.
Elmas richiama la “Patria Blu” (Mavi Vatan), la dottrina geopolitica con cui Ankara rivendica una posizione dominante nel Mediterraneo orientale. Per l’analista israeliano la vera partita si gioca qui ed è legato al progetto dell’interconnettore elettrico tra Israele, Cipro e Grecia: un cavo sottomarino di oltre 1.200 chilometri destinato a collegare lo Stato ebraico alla rete energetica europea. Per Gerusalemme non si tratta soltanto di un’infrastruttura economica, ma di una questione di sicurezza nazionale. Il collegamento con l’Europa consentirebbe a Israele di disporre di una fonte alternativa di approvvigionamento elettrico in caso di guerra, attacchi alle infrastrutture o gravi emergenze interne. Per questo l’opposizione turca al progetto rappresenta, sottolinea l’analista di Globes, una minaccia diretta alla sicurezza energetica dello Stato ebraico. Secondo questa lettura, la competizione tra Ankara e Gerusalemme non riguarda soltanto Gaza o la Siria, ma anche il controllo delle future rotte energetiche e delle infrastrutture strategiche della regione.
Per Elmas «la soluzione alla minaccia turca non si trova in Israele, ma negli Stati Uniti». E avverte: se Washington continuerà a sottovalutare le ambizioni regionali di Erdogan, «ciò che abbiamo visto negli ultimi mesi con l’espansione della minaccia iraniana potrebbe accadere anche con la Turchia. E con la Turchia sarà più aggressivo, più intenso e molto più minaccioso».

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