Una maglietta con la scritta in ebraico «Grazie mille, Trump». Rom Braslavski è entrato martedì nello Studio Ovale per stringere la mano all’uomo a cui attribuisce la propria libertà. L’ex ostaggio israeliano, liberato il 13 ottobre 2025 dopo due anni a Gaza nelle mani dei terroristi della Jihad islamica, ha pubblicato sui social le foto dell’incontro alla Casa Bianca. Era la prima volta che i due si vedevano di persona, perché Braslavski non aveva potuto unirsi alla delegazione di ex ostaggi ricevuta da Trump nel novembre 2025, a causa del suo stato psicologico dopo la liberazione: soffriva di disturbo da stress post-traumatico e temeva che il lungo volo e le attese sarebbero stati troppo difficili. «Signor Presidente, lei è l’uomo che mi ha fatto uscire dall’inferno di 738 giorni di prigionia», ha scritto sui social. «Lei è il mio eroe».
22 anni, Braslavski è stato rapito il 7 ottobre 2023 mentre lavorava come addetto alla sicurezza al Nova Music Festival. In una recente intervista a Ynet l’ex ostaggio ha raccontato la difficoltà che deve ancora affrontare. «Il 90% del Rom che esisteva prima del 7 ottobre è morto l’8 ottobre», ha spiegato. «È rimasto forse il 10% della mia gioia di vivere e del mio sarcasmo». Detenuto a Deir al-Balah, è rimasto per giorni legato e bendato, con pietre infilate nelle orecchie. «Mi colpivano le piante dei piedi con una frusta. I miei piedi erano viola», ha ricordato. «A malapena riuscivo a stare in piedi». A spezzarlo, ha aggiunto, sono state le umiliazioni: gli sputi, il secchio di sabbia e immondizia versato sul corpo dopo ventotto giorni senza lavarsi. «Volevano farmi sentire un animale. Non un essere umano».
Braslavski è stato anche il primo ostaggio uomo a denunciare pubblicamente di aver subito violenze sessuali mentre era nelle mani dei terroristi palestinesi: «Mi hanno tolto tutti i vestiti, la biancheria, tutto. Mi hanno legato», ha raccontato, definendo l’accaduto «inequivocabilmente» un abuso sessuale. Uno dei suoi carcerieri lo torturava di continuo: «Se mi addormentavo anche solo per un attimo, mi svegliava». Fino al giorno in cui è crollato: «Non mi importava di ucciderlo e morire anch’io. Volevo soltanto che tutto finisse».
Oggi combatte con dolori cronici, incubi e crisi d’ansia, e ha iniziato una lunga terapia psicologica. «Durante la terapia torno a rivivere ogni singolo giorno della prigionia. Se non lo faccio adesso, tutto questo esploderà in futuro», ha confidato il 22enne, in visita ufficiale a Roma lo scorso dicembre. Dopo il rilascio si è trovato quasi da solo a mantenere una famiglia che non riesce a riprendersi, con la sensazione che la società israeliana abbia già voltato pagina: «Si sono dimenticati degli ostaggi. Non ci si occupa più davvero della nostra sofferenza». Braslavski è tra chi chiede una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre: «Voglio soltanto che si indaghi finalmente e che qualcuno si assuma le proprie responsabilità».
Ancora prigioniero
Un appiglio il giovane lo ha trovato nella nuova relazione con la fidanzata Shoham Talker. «A volte, quando si addormenta appoggiata a me, aspetto finché sono sicuro che dorma e solo allora inizio a piangere. Non voglio esporla al dolore che porto dentro». Da quando è tornato porta sempre con sé uno spray al peperoncino: teme un attentato, teme di essere rapito di nuovo. «Il mio corpo è costantemente in stato di allerta. Da fuori forse si vede una persona tornata a casa, ma dentro di me sono ancora là». Per lui la guerra non è finita. «Il mio passato è nero. Sto solo cercando di fare in modo che il mio futuro sia rosa. Il mio sogno più grande è essere davvero libero dalla prigionia. Non fisicamente. Psicologicamente».