Nella Voivodìa di Lublino, dove viveva una delle più importanti comunità ebraiche polacche, furono costruiti i campi di Majdanek, Bełżec e Sobibór, nomi legati a una delle fasi più estreme dello sterminio nazista. Ora una controversia legata a un programma commemorativo ha portato a una mobilitazione internazionale: la vicenda viene ricostruita in una petizione promossa dal gruppo francese Amici di Simon Wiesenthal. Vi si intrecciano memoria pubblica, lotta politica e l’uso strumentale dell’antisemitismo, sempre più comune nel dibattito contemporaneo. Il testo, a sostegno della storica Sabina Bober, docente dell’Università Cattolica di Lublino e studiosa della Shoah, spiega che nel 2023, in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’Aktion Reinhardt – il nome in codice dell’operazione di sterminio degli ebrei polacchi e dei rom del Governatorato Generale, nella Polonia occupata dalla Germania nazista – l’amministrazione regionale guidata da Jarosław Stawiarski aveva avviato un programma di commemorazione delle vittime della Shoah. Il progetto, affidato alla consulenza scientifica di Sabina Bober, prevedeva l’installazione di circa 150 targhe nei siti censiti dalla studiosa. Un’iniziativa che, pur limitata nelle dimensioni, aveva già portato alla posa di una settantina di targhe e aveva ottenuto un riscontro positivo sul territorio.
La petizione sostiene che la situazione è cambiata all’inizio del 2026 quando il partito Konfederacja, formazione nazionalista e radicale, avrebbe avviato una campagna contro il programma. Il nucleo dell’attacco, secondo gli estensori del testo, consiste nell’associare il lavoro commemorativo al tema delle restituzioni patrimoniali, con slogan e messaggi che evocano il timore di una futura rivendicazione degli immobili da parte degli ebrei cui erano appartenuti prima della guerra. Una frase attribuita a Rafał Mekler, esponente di Konfederacja – «prima le targhe, poi gli immobili» – è indicata come la sintesi più efficace di una vera e propria strategia comunicativa. La petizione descrive anche la crescente esposizione pubblica di Sabina Bober, trasformata da studiosa in a bersaglio politico, vittima di centinaia di commenti ostili sui social network, di interrogazioni parlamentari e accuse di agire contro gli interessi nazionali, che l’avrebbero progressivamente isolata. Di fronte alla pressione politica, si legge ancora nel documento, l’amministrazione regionale avrebbe prima sospeso la storica e quindi rimosso dai propri canali ufficiali ogni riferimento al programma commemorativo. Tutti segnali di una dinamica più ampia in cui la memoria della Shoah diventa terreno di scontro per equilibri politici locali e per il controllo di risorse e consenso. L’appello non si limita alla difesa personale di Sabina Bober: invita cittadini, studiosi e rappresentanti delle istituzioni a sostenere la libertà della ricerca storica, la tutela della memoria e il rifiuto dell’antisemitismo come strumento di mobilitazione politica.
(Nella foto, il Memoriale del lager di Majdanek)