SOCIETÀ

I timori degli ebrei in Occidente: il caso del Canada e del Regno Unito

I timori degli ebrei in Occidente: il caso del Canada e del Regno Unito

Domenica 7 giugno, 60 mila persone hanno sfilato a Toronto per la Walk with Israel, il corteo annuale di solidarietà con lo Stato ebraico organizzato dalla United Jewish Appeal Federation of Greater Toronto, ossia la principale federazione ebraica dell’area di Toronto. È un numero altissimo nella storia di un evento nato nel 1970, l’anno in cui hanno partecipato più persone in assoluto. Famiglie, bandiere israeliane, qualche bandiera iraniana con il leone – simbolo vietato nella Repubblica Islamica dal 1980 – portato da chi ricorda che, come ha spiegato uno dei partecipanti iraniani, «i soli veri amici del popolo iraniano sono in Israele». Ron Laxer, che partecipa alla marcia dal 1979, ed era lì con la figlia e con il padre di 95 anni ha commentato: «Negli ultimi anni si sente il bisogno di venire e di sostenere la comunità in modo più forte. È diventato più urgente». Il giorno prima un uomo di 38 anni era stato arrestato mentre tentava di appiccare un incendio alla sinagoga Temple Emanu-El-Beth Sholom di Westmount, nell’area di Montreal, in Québec: aveva rotto una finestra e tentato di dare fuoco all’interno dell’edificio, fortunatamente vuoto. La rabbina Lisa Grushcow, in una lettera alla comunità, ha scritto che rispondere richiede di «nominare i modi in cui i conflitti esterni vengono importati» e di riconoscere che quando lo Stato ebraico e chi lo ama vengono diffamati, la violenza contro gli ebrei è la conseguenza. B’nai Brith Canada sostiene che il Paese è in preda a una crisi nazionale di antisemitismo, e che episodi come questo stanno diventando una realtà quotidiana per gli ebrei canadesi. Il premier Mark Carney ha espresso solidarietà e annunciato la costituzione di un nuovo consiglio consultivo sull’antisemitismo. Ma non tutti si sono accontentati: «La leadership canadese è diventata incredibilmente debole», ha scritto Lior Bibas, presidente della Quebec Jewish Physicians Association.

Opinioni a confronto

Le due immagini – la marcia e l’incendio – non si cancellano a vicenda, e il dibattito su come leggere la situazione è aperto e vivace: su Aish, Robert Walker, ebreo ortodosso e educatore di Toronto, mette in guardia da una narrazione catastrofista che a suo giudizio non corrisponde alla realtà. «Statistics Canada ha registrato circa 900 crimini d’odio antisemiti nel 2024», scrive, «Quel numero dovrebbe preoccupare ogni canadese. Ma i crimini d’odio non ci dicono tutto sulla società in cui viviamo.» Secondo un sondaggio dell’Anti-Defamation League del 2025, solo l’8 per cento dei canadesi nutre opinioni profondamente antisemite, un dato leggermente inferiore a quello degli Stati Uniti e tra i più bassi al mondo. Il problema, sostiene Walker, è l’esistenza di una minoranza determinata e rumorosa la cui visibilità supera di gran lunga il proprio peso reale. Il Canada, conclude, ha un problema serio di antisemitismo, ma non è un Paese perduto.

Diversa, e più cupa, la lettura che arriva dal Regno Unito: Jeremy Jacobs, già amministratore delegato della United Synagogue – la più grande organizzazione ombrello dell’ebraismo ortodosso britannico – ha annunciato la sua partenza per Israele citando il clima di antisemitismo crescente come ragione della scelta. Non è una decisione presa alla leggera: le radici della sua famiglia in Inghilterra risalgono all’Ottocento, il bisnonno era tesoriere di una delle congregazioni originali della United Synagogue, il nonno è caduto nella Prima guerra mondiale combattendo per la Gran Bretagna, il padre ha servito nella Seconda. Jacobs ricorda di essere stato inseguito da bambini non ebrei da ragazzo, ma la paura che prova oggi è di natura diversa. Il punto che lo tormenta di più è l’assenza di alleati: cita la Battaglia di Cable Street del 1936, quando ebrei e non ebrei combatterono fianco a fianco per impedire ai fascisti di Mosley di marciare nell’East End. «Gli inglesi allora sapevano che gli ebrei facevano parte della comunità e la valorizzavano», dice, «Non credo che sia ancora così». I numeri britannici sono pesanti. Il Community Security Trust – organizzazione britannica che monitora gli episodi antisemiti e fornisce sicurezza alle comunità ebraiche del Regno Unito – ha registrato 4.298 episodi antisemiti nel 2023, un record assoluto, e 3.700 nel 2025, anno in cui l’attacco a una sinagoga di Manchester durante Yom Kippur ha fatto due morti, cui si aggiunge il ferimento di altri due ebrei a Golders Green nell’aprile 2026. Oltre l’80 per cento degli ebrei britannici considera l’antisemitismo un «grande» problema, circa un terzo lo ha vissuto direttamente, più di un terzo valuta la propria sicurezza nel Regno Unito tra 0 e 4 su una scala di 10, un dato che prima del 7 ottobre 2023 riguardava meno del 10 per cento. Sarebbe un errore sovrapporre le situazioni di Canada e Regno Unito: hanno storie diverse, comunità diverse, sistemi politici diversi, ma la domanda che entrambe le storie sollevano non ammette risposta semplice: quanto sta accadendo è il rumore di una minoranza aggressiva amplificato dai social e dal flusso delle notizie, e quanto è invece il segnale di qualcosa che cambia in profondità nel rapporto tra le società occidentali e le loro comunità ebraiche? Walker e Jacobs danno risposte opposte.

a.t.

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