È facile immaginare un futuro radioso, di pace e benessere per tutti, quando le cose vanno bene, quando ci si trova su un bel prato fiorito, in una bella giornata di sole, e magari si è giovani e innamorati, con la persona amata al proprio fianco, che ti guarda negli occhi con uno sguardo che è, esso solo, promessa di eterna beatitudine.
In quei momenti magici il tempo si ferma, e il male sarà lontano per sempre non solo dalla coppia dei giovani fortunati, ma anche da tutta l’umanità, anzi, da tutto il creato. Si tocca con mano il mondo in cui il lupo giocherà con l’agnello e il fanciullo poserà la mano sul nido della vipera. Come il giovane Siddharta, rinchiuso nel suo castello dorato, nessuno potrà essere neanche sfiorato da pensieri di dolore, morte, malattia, povertà, solitudine.
È molto facile, in quei momenti, pensare al migliore dei mondi possibili. E questo mondo deve necessariamente essere per tutti, perché una felicità che escluda qualcuno non è vera felicità. Quando, alla fine delle favole, si legge che «vissero per sempre felici e contenti», il senso è che questa eternità di felicità e contentezza non riguarda non solo la coppia dei giovani, belli e virtuosi sovrani, ma tutti i loro sudditi, tutti partecipi di questa celeste armonia.
Ma forse, al contrario, in quei momenti non c’è nessuna necessità, e nessuna esigenza, di pensare a un futuro di felicità, perché la felicità è già raggiunta, qui e ora. Che bisogno c’è, perciò, di fantasticare?
Il bisogno dell’utopia nasce invece quando i tempi sono bui, quando il pericolo incombe, quando avanzano sconforto, disperazione, paura. È in quei momenti che l’individuo si sente in bilico tra una sensazione di schiacciamento, di rassegnazione, di resa, e la tentazione di cercare un riscatto, una via d’uscita. Una soluzione che, possibilmente,’ sia non soltanto per lui, ma per tutti. Credo che sia inutile esaminare i contesti storici in cui sono state elaborate le grandi utopie della storia (quali quelle di Platone, Isaia, Gesù, Tommaso Moro, Spinoza, Campanella, Filangieri, Marx, Herzl, Gandhi, King…), perché non conta tanto quali fossero le condizioni materiali della società in quello specifico luogo e momento, ma quelle personali, interiori e psicologiche dei grandi sognatori. Ci può essere una sofferenza segreta, nascosta, che può tanto annichilire e schiacciare quanto spingere verso una reazione, una risposta
Tra tutte le utopie, una delle più affascinanti è certamente quella del noachismo, che sogna una possibile, reale fratellanza tra tutti gli appartenenti al genere umano, fondata sulla comune accettazione, da parte di tutti gli uomini della terra, di sette regole minime, essenziali e universali, che furono dettate da Dio ad Adamo e poi a Noè, prima del sorgere delle religioni monoteiste (anzi, secondo la tradizione, prima della nascita di qualsiasi religione). Si tratta di sei precetti negativi (divieto di idolatria, blasfemia, assassinio, furto, incesto/adulterio e di cibarsi di parti di animali ancora viventi) ed uno positivo (obbligo di istituire tribunali che giudichino secondo giustizia).
Quanto al primo e al secondo precetto, è importante notare che essi non impongono assolutamente di «credere» in Dio, ma soltanto di non sostituirne coscientemente la figura con falsi idoli, e di non offenderne comunque mai il nome. Quanto all’ultimo comandamento negativo, va sottolineato che esso rappresenta un’antichissima forma di rispetto per la dignità degli animali non umani, da tenere al riparo, per quanto possibile, dalla gratuita sofferenza.
I sette precetti sono tutti formulati nella Torah, ma a raccoglierli, e a porli a fondamento di una grande «religione laica» universale (capace, sia chiaro, di conciliarsi con qualsiasi altra fede, così come con l’ateismo o l’agnosticismo) fu soprattutto, all’inizio del secolo scorso, il grande Rabbino di Livorno Elia Benamozegh, Maestro dell’altrettanto grande Rav Elio Toaff, che ne ha approfondito l’elaborazione e lo studio.
Per sua intrinseca natura, il noachismo è alieno da qualsiasi forma di proselitismo, di anatema, di scomunica, di sanzione, di apostasia. Non ha nessun popolo, nazione, lingua dominante, è aperto a tutti gli esseri umani, senza eccezione alcuna. È la religione più mite, pacifica, irenica, universalista che si possa immaginare. È l’unica religione, certamente, che il grande John Lennon non avrebbe incluso, in senso escludente, nella sua celebre canzone profetica, nella quale, invitando a «imagine all the people living life in peace», sentì anche il bisogno di «imagine no religion».
A questa bellissima utopia è dedicato un prezioso libriccino di Edoardo David Galliani: Sette luci per il mondo. La saggezza delle sette leggi noachiche per illuminare la vita (Giuntina, Firenze, 2026, pp. 92, euro 12). «Maimonide (Hilchot Melachim 8, 11) – osserva l’autore – scrive che un non-ebreo che osserva le sette leggi non solo è un uomo giusto, ma viene chiamato chassid umot ha-olàm, un Giusto tra le Nazioni. Questo titolo non è onorifico: significa che la sua vita ha valore eterno, che partecipa alla luce del mondo a venire. È sorprendente che un grande Maestro medievale come Maimonide definisca ‘giusto’ un non-ebreo che osserva queste leggi per riconoscere la volontà di Dio: la santità non è chiusa dentro un solo popolo».
«L’identità del Figlio di Noè – continua – non è un peso, ma una vocazione gioiosa, una missione universale: vivere con responsabilità, custodire la vita, la giustizia, la dignità e il rispetto reciproco. Non è necessario essere prefetti, bensì sinceri. Non è necessario conoscere ogni libro, bensì mettere in pratica quei sette pilastri che sostengono il mondo».
«La mistica ebraica – scrive ancora Galliani – vede nell’arcobaleno il segno del patto tra Dio e l’umanità, ma anche il riflesso di diverse luci divine che si manifestano nel mondo: ogni colore è un modo diverso in cui il divino si lascia intravedere nella realtà. Quando un Figlio di Noè fa il bene contribuisce a rendere più luminoso uno di quei colori: la sua azione non è mai isolata, entra nel grande disegno dell’Alleanza. E ogni volta che un Figlio di Noè compie un atto buono è come se nel cielo si accendesse un colore in più dell’arcobaleno».
Questa utopia, queste belle parole sembrano confliggere in modo stridente con i tempi bui e sinistri che stiamo vivendo. Ma forse è proprio per questo che sembriamo averne tanto bisogno.
Potrà mai un’utopia avverarsi, diventare realtà vissuta, concreta? Le risposte della storia, al riguardo, sembrano essere piuttosto di segno negativo. Alcuni saggi hanno interpretato le sciagure del presente (perfino le più estreme, come la Shoah) come delle «doglie del parto», precedenti alla venuta del Messia. Ma ora, forse, verrebbe da dire, non ci fidiamo più, e le doglie sono davvero troppe, e troppo dolorose. Preferiamo allora, se il prezzo è così alto, che l’utopia resti un sogno, che non si avveri.
Ma forse il vero scopo dell’utopia non è tanto la sua ipotetica, futura realizzazione, quanto la sua capacità di dare agli uomini, qui e ora, la possibilità (per citare ancora I on) di Imagine, o (per citare Martin Luther King Jr.) di «I have a dream». L’opportunità di immaginare, all’orizzonte, il profilo di una Terra Promessa, di guardare oltre il buio del presente, o semplicemente di fare qualcosa, anche qualche piccolo gesto, per correggere un poco la triste realtà.
Per questo, oggi più che mai, il noachismo sprigiona una grande forza di attrazione, dimostra una straordinaria e urgente attualità. Di tutte le utopie, in fin dei conti, essa è la più semplice, la più umile, la più a portata di mano.
Non richiede nessun eroismo, nessuna particolare virtù, solo un po’ di consapevolezza di cosa significhi essere uomini, e del fatto che nessun uomo, nel bene e nel male, è solo.
Francesco Lucrezi
(Dettaglio dalla xilografia “Il lupo e l’agnello” di Anton Sorg, 1430-1493)