ROMA

Il premio FiuggiStoria a Fania Oz-Salzberger: «Quando i palestinesi tenderanno la mano, Israele sia pronto»

Il premio FiuggiStoria a Fania Oz-Salzberger: «Quando i palestinesi tenderanno la mano, Israele sia pronto»

Si definisce una «figlia del kibbutz», Fania Oz-Salzberger, storica israeliana e docente emerita dell’Università di Haifa, figlia del celebre Amos Oz. Ma soprattutto, nelle prime battute della sua prolusione a Roma, in occasione del ritiro del Premio FiuggiStoria Europa 2025, Oz-Salzberger ribadisce di essere «profondamente e senza alcuna vergogna sionista». Per poi aggiungere: «In un modo che dovrò spiegare, perché in Israele ci sono persone che si dicono sioniste e non sono come me, e io non sono come loro».
L’incontro si è svolto martedì 9 giugno alla Casa della Memoria e della Storia, promosso dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni insieme alla Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane (FIAP). Ad aprire la conferenza – intitolata «Dall’Illuminismo al postcolonialismo e ritorno: Israele e Palestina sono condannati a restare prigionieri di un gioco a somma zero?» – sono stati la vicepresidente della FIAP Bianca Cimiotta Lami e Pino Pelloni, segretario generale della Fondazione e presidente del Premio FiuggiStoria.

Il sionismo di famiglia
Per spiegare il proprio sionismo, Oz-Salzberger – che ha visitato il Museo ebraico di Roma – parte da un ricordo familiare ambientato a pochi passi dalla sala. Vent’anni fa, racconta, portò i genitori e i figli in viaggio in Italia. Al Colosseo, davanti alla parete con i dépliant per i turisti, i bambini chiamarono il nonno Amos: «Non ci crederai, c’è anche un dépliant in ebraico». Oz cominciò a piangere. «Ai miei figli che gli chiedevano il perché di quelle lacrime, spiegò: “Perché l’ebraico è ancora qui, e il latino non c’è più”», rispose ai nipoti. «Se mi chiedete del mio senso della storia come ebrea, del senso di continuità che sta alla base del mio sionismo, eccolo riassunto in questo aneddoto», ha spiegato la studiosa.
Il sionismo nel quale è cresciuta, spiega, è «minimalista, molto diverso da certo sionismo di oggi. Non riguardava la conquista, né la superiorità, né la colonizzazione. Riguardava un piccolo posto nel mondo in cui la nazione ebraica potesse avere il proprio Stato nazionale». Una democrazia liberale dentro la patria ancestrale. «E patria ancestrale significa che c’è spazio anche per altri». Un progetto figlio della Haskalah, l’illuminismo ebraico, a sua volta figlio dell’Illuminismo europeo, e tradotto in diritto dalla risoluzione 181 dell’Onu del 29 novembre 1947: due Stati sovrani, Israele e Palestina, tra il Giordano e il Mediterraneo. «Quella soluzione per la questione israelo-palestinese non venne da noi, venne dalle Nazioni Unite. Mio padre ci ha creduto per tutta la vita. Io ci credo ancora».
A chi propone un unico Stato tra il fiume e il mare, la storica risponde citando il padre. Una signora gli chiese un giorno perché israeliani e palestinesi non potessero vivere come un’unica famiglia felice. «Mio padre le spiegò: Signora, perché non siamo “uno”, non siamo felici e non siamo una famiglia». Il 7 ottobre 2023 ne è una tragica dimostrazione, ricorda la storica israeliana, ricordando di esserne stata colpita da vicino: nei kibbutz e al festival Nova le vittime appartenevano al suo mondo. «Forse un giorno avremo un unico Stato o una confederazione. Per ora ci serve la spartizione».

I danni del post-colonialismo
La tragedia palestinese, «che è anche una tragedia israeliana», nasce per Oz-Salzberger dalla scelta dei leader arabi del 1947, contrari alla coesistenza e alla spartizione: un gioco a somma zero in cui «una nazione vince tutto, l’altra perde tutto». Lo stesso schema riemerge oggi nello slogan “dal fiume al mare”. «Anch’io, da pacifista israeliana, voglio liberare la Palestina», precisa. «Ma troppi di quei manifestanti, come Hamas e Hezbollah, intendono altro: tu sarai morto e io sarò libero».
Poi la studiosa si sofferma sulla teoria postcoloniale, che nelle università occidentali «non è stata creata come strumento neutro per comprendere la storia del mondo», ma «cucita su misura per presentare gli ebrei come colonialisti e i palestinesi come loro vittime». Una tesi che la riguarda personalmente: «Ai convegni mi dicono che il sionismo è colonialismo d’insediamento, e parlano dei miei nonni. Ma i miei nonni non erano colonialisti, erano profughi». Nessuna potenza, nessun esercito alle spalle: «L’Europa li aveva cacciati». Tra il 1935 e il 1937 il nonno Alexander Klausner tentò l’Australia, il Canada, le Americhe, perfino la Germania, prima di ottenere un certificato per la Palestina mandataria. «Io ho potuto nascere solo grazie al sionismo».

Le responsabilità di Said
La studiosa smonta poi le «citazioni falsificate» di Theodor Herzl nella letteratura accademica antisionista e ricorda un episodio che coinvolge Edward Said, il padre degli studi postcoloniali: la pietra scagliata verso Israele dal confine libanese, «un confine riconosciuto internazionalmente, non la Cisgiordania, non Gaza». Quel gesto, secondo Oz-Feiberger, «diede pieno permesso e appassionata approvazione alla violenza contro Israele. Stava dicendo al movimento nazionale palestinese: vi è consentito usare la forza contro i civili israeliani, ovunque». Altro episodio legato a Said fu il rifiuto dello storico di incontrare Amos Oz. «Alla fine degli anni Settanta, alcune persone di buona volontà volevano organizzare un incontro tra Said e mio padre, forse a New York. Indovinate chi disse di no. Said non aveva bisogno di dialogare con un sionista liberale; non aveva bisogno di parlare con un pacifista israeliano. Lui giocava al gioco della somma zero. Con noi».
Di quella teoria post-coloniale le marce contro Israele sono oggi «il frutto semplicistico»: negano l’indigenità ebraica nella Terra d’Israele e la vulnerabilità storica degli ebrei, e trattano Israele come «l’unico Paese al mondo a non essere legittimo». «Su Twitter mi scrivono di tornarmene in Polonia o in Germania. Rispondo che la famiglia di mia madre viene da Girona, in Spagna». E ancora: «La Turchia condusse tre genocidi all’inizio del Novecento, e nessuno dice che la Turchia debba sparire».

La critica interna
Poi lo sguardo passa verso l’interno d’Israele. «Devo dire con vergogna che anche tra gli ebrei israeliani molti hanno adottato il gioco a somma zero». Un estremismo nato, afferma la storica, «nell’euforia della Guerra dei Sei Giorni», alimentato dagli insediamenti, «uno schiaffo in faccia alla soluzione dei due Stati», e culminato nell’assassinio di Yitzhak Rabin. Quanto al Likud, «la sua politica è stata dare forza ad Hamas: se Hamas è forte, non saremo mai minacciati dalla pace». E cita un articolo del padre sul New York Times, anno 1994, dal titolo: «Likud e Hamas sono i migliori amici l’uno dell’altro».
La via d’uscita, conclude, sta nel reinvitare nella stanza l’Illuminismo e la virtù del primo sionismo: il pragmatismo. «Pragmatismo significa che si può costruire un compromesso in cui vincono entrambi e non un gioco a somma zero». Chi la pensa come lei è oggi una minoranza, riconosce, «ma una piccola minoranza è pur sempre una forza storica»: la visita del cancelliere tedesco Konrad Adenauer nel 1966 e quella di Anwar al-Sadat dieci anni dopo furono inizialmente ostaggiate, per poi «cambiare l’opinione pubblica israeliana dalla sera alla mattina. Non dico che il cambiamento avverà domattina, forse nemmeno nella mia generazione. Ma quando i palestinesi tenderanno la mano per negoziare, voglio che Israele sia pronto».

Un finale da tragedia di Čechov
Il congedo è affidato, ancora una volta, alle parole paterne: «Mio padre diceva che il conflitto israelo-palestinese è una tragedia: un conflitto tra giustizia e giustizia. Ma, diceva, fate attenzione alla differenza tra le tragedie di Shakespeare e quelle di Čechov. In Shakespeare, alla fine del dramma, il palcoscenico è pieno di cadaveri, e la giustizia aleggia nell’aria. In Čechov, all’ultimo sipario, sono tutti sul palco: disillusi, arrabbiati, tristi, ma vivi. Continuiamo a cercare, per la tragedia israelo-palestinese, un finale alla Čechov».

Daniel Reichel

I nostri siti