CINEMA

Marsiglia cancella Nadav Lapid. Il regista: «Fanatismo»

Marsiglia cancella Nadav Lapid. Il regista: «Fanatismo»

«A mio avviso, è il prodotto del fanatismo, di una certa ignoranza e di una sinistra radicale purista scollegata dalla realtà». Così il regista Nadav Lapid ha sintetizzato ai media israeliani la campagna che lo ha portato a rinunciare alla partecipazione al FID Marseille, il festival cinematografico francese che lo aveva invitato a presiedere la giuria.
La direttrice del festival Tsveta Dobreva lo aveva contattato alcuni mesi fa, proponendogli la presidenza della giuria e un evento dedicato ai suoi film e a un nuovo libro sulla sua opera. Circa un mese fa lo ha poi informato che la sua presenza come israeliano suscitava opposizione e che alcuni registi minacciavano di ritirare i propri film. In accordo con la direttrice, Lapid ha rinunciato alla giuria, mantenendo però l’evento in suo onore. Ma questo non è bastato.
Una decina di registi hanno annunciato il ritiro delle loro opere dal festival, in programma per il 7 luglio. Secondo Le Monde, la motivazione era che Lapid aveva ricevuto finanziamenti per il suo film Yes dall’Israel Film Fund, sostenuto con denaro pubblico.
Quando, una settimana fa, la direttrice lo ha informato che anche l’evento a lui dedicato stava provocando proteste, Lapid ha annullato tutto. «Sono rimasto sconvolto. Ho detto loro che non sarei andato. Non avevo alcuna voglia di tenere una masterclass sorvegliata dalla polizia».

Critico del governo israeliano
Lapid vive in Francia dal 2021 e ha espresso più volte posizioni critiche verso la politica del governo israeliano. Il suo ultimo film, Yes, ha attirato grande attenzione e diviso la critica per il modo in cui affronta gli eventi del 7 ottobre: una satira dura contro il nazionalismo, il militarismo e la radicalizzazione della società israeliana sullo sfondo della guerra a Gaza. Per i registi che hanno ritirato i loro film non è stato sufficiente. «So che Nadav Lapid è critico nei confronti del suo Paese, ma per me questo non basta più», ha dichiarato uno di loro, anonimamente, a Le Monde.
Secondo Lapid, le motivazioni dei promotori del boicottaggio sono il prodotto della distanza dalla realtà. «Poiché non ci sono più film israeliani all’estero e non incontrano più israeliani, cercano modi per fare del male quando finalmente entrano in contatto con uno di loro», ha spiegato a ynet.
Contro Israele non ci sono sanzioni internazionali come contro la Russia, ha sottolineato Lapid: così i boicottatori, «invece di sanzionare banche, commercianti d’armi o responsabili politici», si occupano di «cineasti, artisti e professori universitari», che finiscono per pagare «il prezzo della frustrazione e dell’impotenza di queste persone». Chi ha promosso il boicottaggio, ripete il regista, è una minoranza che «grida “Free Palestine”, non incontra più israeliani perché qui non arrivano quasi più film israeliani e all’improvviso ha sentito di poter fare qualcosa. Tutto questo è ovviamente una conseguenza di ciò che Israele sta facendo. Ma che siano soltanto gli artisti a doverne pagare il prezzo è assurdo».

L’appello di 350 cineasti europei
Alla vicenda hanno reagito i colleghi del cinema francese ed europeo, che hanno firmato un appello pubblicato sulla testata Le Monde, tra i promotori Natalie Portman, Jacques Audiard, Justine Triet e Rebecca Zlotowski. Il testo definisce il boicottaggio culturale di Lapid «un fallimento intellettuale» e sostiene che i cineasti russi, israeliani e iraniani non possano «essere minacciati di sparire per espiare crimini commessi dai loro governi», di cui sono spesso i più tenaci oppositori. «Nulla giustifica la cancellazione della parola di un artista», scrivono i firmatari, ricordando che nessuno può essere «ridotto a un passaporto».
L’appello ribalta la logica del boicottaggio: a chi crede che escludere gli artisti serva a fare pressione sui loro Stati, i firmatari rispondono che è «continuando instancabilmente a invitarli» che la cultura conserva la sua forza di contestazione. E distinguono con nettezza il legittimo diritto di critica del pubblico dalle «minacce, diffamazioni, molestie e violenze», che restano invece perseguibili. Il cinema, concludono, deve essere un rifugio non un’ambasciata.

La vita in Francia
Intervistato da Haaretz, Lapid non ha nascosto di essersi interrogato sul suo futuro in Francia. «Vivo qui da cinque anni e quando la tua presenza diventa qualcosa di inaccettabile o illegittimo inizi a chiederti se hai ancora un posto nel Paese. Se tutto questo fosse passato senza alcuna reazione, forse non avrei più avuto un posto qui». Invece è arrivata la solidarietà dei colleghi firmatari dell’appello e non solo. «Per me, al momento, questa storia ha un lieto fine», ha dichiarato Lapid ad Haaretz. «Credo che la massiccia solidarietà dimostrata dai professionisti del cinema in Francia rimetta le cose nelle giuste proporzioni. Spero e credo che questo rappresenti un messaggio per il festival e per i cineasti: bisogna agire con coraggio».

Il caso polacco
A proposito di boicottaggi, ynet riporta un caso a Varsavia, dove il cinema Kinoteka ha annullato un festival di cortometraggi erotici dopo aver scoperto che due dei film in programma erano produzioni israeliane. L’accordo con la sala era già stato firmato e l’affitto pagato per intero, ma pochi giorni prima della proiezione gli organizzatori hanno ricevuto la comunicazione della cancellazione. L’organizzatore, Ilya Svidler, ha denunciato sui social una discriminazione fondata sull’origine nazionale, parlando di antisemitismo «a livello imprenditoriale». Il festival presenta cinque cortometraggi, due dei quali israeliani, e nel suo tour internazionale è già passato per Lettonia e Israele, con altre tappe previste a Cipro e in Ucraina. 

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