MEDIO ORIENTE

Trump avverte l’Iran e si interroga sul futuro di Netanyahu

Trump avverte l’Iran e si interroga sul futuro di Netanyahu

La notte nel Golfo Persico è stata lunga. Caccia americani hanno colpito radar e difese aeree iraniane nella zona dello Stretto di Hormuz, in due ondate. La risposta dei pasdaran non si è fatta attendere: droni contro la Quinta Flotta in Bahrein, missili a lungo raggio contro la base di al-Azraq, in Giordania. All’origine di tutto, denuncia Washington, l’abbattimento di un elicottero Apache sopra lo Stretto di Hormuz. «Una risposta proporzionata a un’aggressione ingiustificata», ha fatto sapere il Centcom. Poi si è fatto sentire il presidente Usa Donald Trump: «L’Iran è solo parole e niente fatti», ha scritto sul social Truth. «Il bullo del Medio Oriente è morto. Hanno perso troppo tempo a negoziare un accordo che era ottimo per loro, e ora ne pagheranno il prezzo». Poi, intervistato da Fox News, ha aggiunto: «Sono vicino a ordinare nuovi attacchi. Includeranno centrali elettriche e ponti». Parole in netta contraddizione con l’ottimismo espresso 24 ore prima dallo stesso Trump, che parlava di un accordo imminente.
La diplomazia, intanto, prova a correre più veloce delle bombe, scrive Ynet. Una delegazione di mediatori qatarioti è arrivata a Teheran, in coordinamento con Washington, per chiudere l’intesa sul nucleare. Quattro i nodi sul tavolo, secondo il New York Times: il congelamento dell’arricchimento dell’uranio con l’obiettivo Usa di arrivare a un termine di 15 anni, la diluizione delle undici tonnellate già arricchite, lo smantellamento dei siti di Natanz, Fordo e Isfahan, e il via libera a ispezioni a sorpresa, ovunque e in qualsiasi momento. Da Teheran, il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha risposto: «La via della vittoria passa per la resistenza e il martirio».

Trump e il futuro politico di Netanyahu
Oltre a parlare di Iran, il presidente Usa, intervistato da Abc News, ha parlato del futuro del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. «Non so se Bibi voglia continuare», ha affermato. «Ha avuto una carriera straordinaria. Vuole continuare? È un premier di guerra, e la guerra la vinceremo molto presto, in un modo o nell’altro». Il Likud, partito di Netanyahu, ha risposto in poche ore, confermando la candidatura del leader israeliano che «correrà alle prossime elezioni e, a Dio piacendo, vincerà». Secondo un sondaggio dell’Israel Democracy Institute, il 61% degli israeliani non vuole una ricandidatura di Netanyahu contro il 35% che lo sostiene. La spaccatura attraversa il suo stesso campo: la destra resta con lui con il 69% favorevole alla sua candidatura, ma nel centro-destra i due terzi gli chiedono di fermarsi. Tra gli elettori del Likud, di Sionismo Religioso e dei partiti haredi (i “timorati”), circa un quarto pensa che il suo tempo sia finito. Eppure, alla domanda su quale blocco abbia più chance di formare il prossimo governo, la risposta più frequente tra gli ebrei israeliani resta la stessa: quello di Netanyahu, indicato da più di un terzo, contro un quarto che scommette sull’opposizione. Il 61% sostiene una legge che limiti a due i mandati dei primi ministri.
Dal rapporto emerge un altro dato legato alla Casa Bianca: scende drasticamente la fiducia degli israeliani in Trump. A marzo – nel pieno della campagna contro l’Iran – il 64% degli ebrei israeliani riteneva che il presidente Usa avesse tra le sue priorità la sicurezza di Israele. Nel rilevamento di inizio giugno il dato è crollato al 41%, il valore più basso mai registrato dall’istituto da quando, nel novembre 2024, ha cominciato a porre la domanda.

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