ISRAELE

Gli analisti: Prioritario rompere legame Iran-Hezbollah

Gli analisti: Prioritario rompere legame Iran-Hezbollah

Mentre i missili iraniani cadevano sul nord di Israele nella notte tra domenica e lunedì, e l’aviazione israeliana colpiva in risposta impianti petrolchimici a Mahshahr e centri di produzione missilistica, gli analisti israeliani si sono divisi su una domanda di fondo: cosa vuole davvero Teheran, e fino a dove è disposta ad arrivare?

Equazioni sbagliate
Per Ron Ben-Yishai, tra i più autorevoli commentatori militari del paese, il regime di Teheran ha tentato di imporre due regole del gioco. La prima: se Israele colpisce Dahiyeh – quartier generale di Hezbollah a Beirut – l’Iran risponde con missili sulle città israeliane, trasformando qualsiasi operazione delle Idf in Libano in un automatico casus belli. La seconda: avendo scelto di lanciare un numero limitato di missili invece di colpire con tutta la sua potenza, Teheran si aspettava che anche Israele calibrasse la risposta di conseguenza. L’obiettivo era chiaro: stabilire essa stessa le regole di ingaggio, decidere cioè quando Israele può operare in Libano e con quale intensità può rispondere quando viene attaccata. «Entrambe queste equazioni non sono accettabili», scrive Ben-Yishai. Gli attacchi israeliani della notte hanno rifiutato entrambe le premesse.
Dopo lo scambio delle ultime ventiquattr’ore, sempre secondo Ben-Yishai, l’opzione preferita da Gerusalemme è tornare al cessate il fuoco precedente: Israele continua a operare in Libano, a Gaza e contro gli Houthi, ma non attacca l’Iran; gli americani mantengono l’assedio economico su Teheran senza trasferire fondi congelati né rimuovere sanzioni. Un equilibrio di non-combattimento con pressione costante, pensato per logorare il regime dall’interno senza riaprire la guerra. La ragione di questa preferenza è un timore: un accordo americano-iraniano, anche se soddisfacente per Washington sul dossier nucleare, comporterebbe quasi certamente la revoca delle sanzioni e il ritorno dei fondi congelati a Teheran, risorse che la leadership dei Guardiani della Rivoluzione userebbe per riarmarsi e ricostruire le capacità di Hezbollah. «Israele teme un accordo che sarà comunque cattivo», scrive Ben-Yishai, «indipendentemente da cosa otterrà Trump sul nucleare».

La scommessa dei falchi a Teheran
Sul fronte interno iraniano, Ben-Yishai ed Eli Klotshstein del Mishgav Institute convergono su una lettura comune: Mojtaba Khamenei, il nuovo leader, è nei fatti «una sorta di fantoccio» conteso tra due fazioni che non riescono a prevalere l’una sull’altra. Da un lato i Guardiani della Rivoluzione e gli ayatollah conservatori, che impongono una linea dura nei negoziati e non si fanno frenare nemmeno dal rischio di un conflitto aperto. Dall’altro il fronte più pragmatico, rappresentato dal presidente Masoud Pezeshkian e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che vogliono un accordo con Washington anche a prezzo di concessioni. Questo stallo interno spiega sia l’impasse nei negoziati sia l’azzardo di questa settimana: è la fazione radicale ad aver spinto per l’escalation, forte della convinzione che Trump non voglia tornare alla guerra. «La temerità iraniana è cresciuta», scrive Klotshstein sulla testata Makor Rishon, «ed è diminuita la paura di un rientro degli Stati Uniti nel conflitto». A ciò si aggiunge una pressione interna sempre più acuta: inflazione, povertà diffusa e malcontento popolare spingono la leadership a cercare un nemico esterno su cui convogliare la rabbia pubblica, prima che si trasformi in protesta di piazza.

Il legame Iran-Hezbollah
Secondo i ricercatori dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv – Inss, l’obiettivo strategico di Teheran va però oltre la semplice escalation militare. L’Iran ha deliberatamente costruito un legame tra la questione libanese e i negoziati nel Golfo: ha dichiarato che qualsiasi cessate il fuoco con gli Stati Uniti deve includere anche la fine delle operazioni israeliane in Libano, e ha dimostrato di essere disposta ad attaccare Israele direttamente pur di far valere questo principio. In questo modo Teheran punta a due risultati insieme: proteggere Hezbollah dalla pressione militare israeliana e costringere Washington a trattare anche il dossier libanese nel quadro dei negoziati, sottraendolo al controllo diretto di Gerusalemme. «Ogni volta che Washington frena Israele sotto la pressione iraniana, Teheran registra una conferma di avere leva», spiega Raz Zimmt, esperto di Iran dell’Inss. È esattamente quello che è accaduto con la cosiddetta «telefonata delle urla» tra Trump e Netanyahu, in cui il presidente americano ha bloccato i piani israeliani su Dahiyeh. «Ogni minaccia a Hezbollah», spiega Zimmt, «è considerata da Teheran una minaccia all’equilibrio di potere regionale». Hezbollah non è un alleato tra i tanti: è la risorsa strategica più preziosa dell’Iran, ricorda l’esperto. È «il mezzo principale con cui Teheran proietta potere verso Israele e mantiene la sua influenza sul Libano».
A riguardo Amos Yadlin, ex capo dell’intelligence militare israeliana, e l’analista Udi Evental in editoriale sul Canale 12 auspicano un cambio di approccio da parte di Gerusalemme e Washington. Quel legame tra Libano e negoziati, sostengono, va spezzato, non assecondato. Finché la Casa Bianca cede alle minacce iraniane, Teheran rallenta i negoziati e alza le richieste, convinta di operare in una posizione di vantaggio. La soluzione, per i due analisti, è ribaltare la logica: se l’Iran pretende di collegare le arene, quel collegamento deve diventare costoso anche per Teheran. «Il legame non può essere unidirezionale», scrivono, e gli Stati Uniti dovrebbero condizionare qualsiasi accordo alla cessazione del sostegno iraniano a Hezbollah e all’allontanamento dei Guardiani della Rivoluzione dal Libano. Anche un attacco israeliano a Dahiyeh, in questa lettura, non è un gesto di forza fine a se stesso: mette l’Iran di fronte a una scelta scomoda: rispondere, con tutto il costo militare ed economico che ne deriva, oppure incassare senza reagire e perdere credibilità davanti ai propri alleati.
La voce più amara è quella dell’ex generale Amos Gilad, già capo della divisione ricerca dell’intelligence militare israeliana, intervenuto sulla radio militare per criticare le scelte di Gerusalemme: «Ci avevano promesso che la minaccia iraniana sarebbe stata eliminata per generazioni. Invece Hamas è ancora a Gaza, Hezbollah conserva la sua forza e l’Iran continua a fare da sponsor all’intera operazione». 

d.r.

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