MONDIALE

La Svizzera alla Jewish Academy, a Vancouver cartelloni contro l’antisemitismo

La Svizzera alla Jewish Academy, a Vancouver cartelloni contro l’antisemitismo

La prevedibile vittoria dei padroni di casa del Messico contro il Sudafrica ha dato il via alla 23esima edizione dei Mondiali di calcio, i primi  a 48 squadre, i primi mai ospitati da tre nazioni differenti. Dopo le coreografie e le musiche dello stadio Atzeca di Città del Messico, l’attenzione degli spettatori di tutto il globo sarà ora puntata sulle cerimonie inaugurali in programma nella canadese Toronto e nella statunitense Inglewood, nella contea di Los Angeles, in un contesto di generale allerta per la sicurezza collegata anche alle questioni geopolitiche che investono alcuni dei Paesi partecipanti, a partire naturalmente dall’Iran belligerante con gli Usa.
Il torneo rappresenta anche un’occasione, per il mondo ebraico, per lanciare dei messaggi. Per le strade di Vancouver, una delle città canadesi sede di gara, sono ad esempio apparsi da qualche giorno dei cartelloni per sensibilizzare sull’antisemitismo, con frasi come “Che lo chiamiate football o football, l’antisemitismo è un fallo” e “Non serve un fischietto per denunciare l’antisemitismo”. Il progetto è parte di una campagna lanciata dalla Jewish Federation of British Columbia in occasione del torneo, con «un chiaro messaggio da condividere: ognuno di noi ha la responsabilità di opporsi all’antisemitismo e a tutte le forme di odio». Vancouver ospiterà tra una settimana Canada-Qatar del girone che sarebbe stato dell’Italia se la lotteria dei rigori con la Bosnia-Erzegovina non avesse emesso un’altra sentenza. La quarta squadra del raggruppamento potenzialmente “azzurro”, la Svizzera, si prepara intanto all’esordio contro la nazionale dell’Emirato. Come sede del ritiro la squadra rossocrociata ha scelto la San Diego Jewish Academy, struttura dotata non solo di campi di allenamento e strutture di alto livello ma anche di «una sinagoga, se necessario», chiosa il Jewish Daily Forward, sottolineando come, a prescindere dal fatto che ci sia o meno qualcuno del team che la frequenti, questa scelta è comunque un’opportunità per gli ebrei di San Diego per connettersi «al più grande evento sportivo del mondo». Non è comunque banale il ruolo di alcune figure del mondo ebraico nell’aver avvicinato gli americani al pallone, ricorda il Forward in un altro articolo a tema mondiale, celebrando tra le altre la figura di Alan Rothenberg, cioè colui che, da presidente della federazione calcistica a stelle strisce, ha contribuito a portare il torneo del 1994 negli Usa. Per non parlare di Eddy Hamel, star dell’Ajax negli anni Venti del secolo scorso, primo giocatore americano in una grande squadre europea. Rimasto a vivere nei Paesi Bassi, Hamel sarà poi deportato e ucciso ad Auschwitz.

Il Mondiale visto da Israele

E in Israele? Come si vive il Mondiale nella fragile contingenza attuale? Sul sito Jewish News Syndicate (JNS) Sagiv Steinberg, direttore della comunicazione presso il Centro di Gerusalemme per la Sicurezza e gli Affari Esteri, scrive che per gli israeliani, il legame tra calcio e guerra non è un ricordo del passato, ma una realtà ricorrente. Steinberg fa l’esempio dei Mondiali del 1982, vinti dall’Italia, che iniziarono sette giorni dopo l’invasione israeliana del Libano. Al riguardo viene citata la «scena assurda» del film “Cup Final” di Eran Riklis in cui «un soldato israeliano di riserva e i suoi carcerieri palestinesi» assistono assieme, con trepidazione, alla finale del Mundial spagnolo. Per Steinberg, «è difficile immaginare un’immagine più potente dell’irrazionalità della realtà israeliana: fuori, si combatte una guerra per i confini e la sopravvivenza; dentro, davanti a uno schermo tremolante, nemici giurati condividono momenti di gioia, entusiasmo e delusione per una partita di calcio».

a.s.

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