CULTURA

100 anni di un profeta antieroe

100 anni di un profeta antieroe

Allen Ginsberg rischia sempre di trasformarsi in una cartolina: il poeta beat, il ribelle, l’omosessuale militante, il viaggiatore in India, il cantore della controcultura. Tutto vero eppure, a cent’anni dalla nascita, vale la pena guardare altrove, ricordando per esempio la storia di Naomi Ginsberg, nata in una famiglia di immigrati dell’Impero russo, comunista, paranoica, internata più volte, sottoposta alle devastanti pratiche della psichiatria americana del Novecento. Molto più delle letture pubbliche di Howl, dei processi per oscenità, dei viaggi con Kerouac è lei il centro di gravità dell’opera di suo figlio. E quando Naomi muore, nel 1956, Allen non c’è, non riesce ad arrivare al funerale. Da quell’assenza nascerà Kaddish, uno dei grandi poemi americani del Dopoguerra. La cosa notevole è che in quel momento Ginsberg non sta tornando all’ebraismo, anzi, sta andando da tutt’altra parte, verso la controcultura, verso la liberazione sessuale, verso il buddhismo, verso una spiritualità che non passa né dalla sinagoga né dalla tradizione. Eppure il testo decisivo della sua vita prende il nome della preghiera ebraica per i morti. Non è un requiem, non è un’elegia. Scrive Kaddish

È difficile non vedere in questa scelta qualcosa di più profondo di una semplice citazione culturale: al momento del lutto il figlio ribelle recupera quelle parole che non aveva mai perso. All’inizio del poema, rivolgendosi alla madre, scrive: «È strano pensarti adesso, andata via senza corsetto e senza occhi», non c’è nulla di edificante, nessuna consolazione religiosa, nessuna riconciliazione. Naomi appare nei corridoi degli ospedali psichiatrici, nelle sue ossessioni, nelle sue fughe, nella sua fragilità, Kaddish è un testo disturbante. 

L’ebreo non identitario

In quegli stessi anni il mondo ebraico stava investendo le proprie energie in un’altra direzione: dopo la Shoah la figura che domina l’immaginario è quella dell’ebreo finalmente normalizzato, cittadino, soldato, padrone del proprio destino. Parte della memoria ebraica del Novecento si è costruita attorno a figure eroiche: leader politici, rabbini, sopravvissuti, fondatori di istituzioni, Ginsberg invece rappresenta quasi il contrario: nomade, irregolare, refrattario a ogni disciplina identitaria. Racconta invece una donna spezzata, senza proteggerla. Forse è anche per questo che continua a parlarci. Ma anche perché mentre gli ebrei inseguivano una normalità, l’integrazione, la cittadinanza piena, lo Stato e la rispettabilità, Ginsberg si sceglie un’altra famiglia spirituale. Quella degli irregolari, insieme a Kafka, Benjamin, Leonard Cohen, Bob Dylan, figure ai margini anche quando occupano il centro della scena. Figure che trasformano l’ebraismo in una forma di inquietudine, non solo in un’appartenenza. 

Forse per questo Ginsberg assomiglia, più che ai leader e agli ideologi del suo secolo, a un profeta, una figura molto più antica. Non nel senso più propriamente religioso del termine ma nella sua funzione pubblica: i profeti biblici non erano custodi dell’ordine comunitario, erano quelli che disturbavano la comunità: Amos, Geremia, Isaia parlano quasi sempre contro qualcuno: il potere, il conformismo, la soddisfazione collettiva. Anche Ginsberg passa la vita a mettere a disagio la sua comunità, e che lo si consideri geniale o irritante, la sua voce non è mai banale. Non è un caso che abbia finito per definirsi “ebreo-buddhista”, con una formula che oggi sembra banale ma negli anni Sessanta appariva rivoluzionaria. E sarebbe un errore leggerla come una fuga, piuttosto è il tentativo di allargare lo spazio, senza abbandonare il luogo da cui si proviene.

L’ebreo sospeso

In molti hanno cercato di capire quanto fosse ebreo ma la domanda forse andrebbe rovesciata: quanto si può davvero smettere di esserlo? Una domanda che risuona oggi con una forza particolare. Per gran parte del Novecento la questione ebraica sembrava destinata a trovare una soluzione: dall’integrazione nelle società occidentali alla costruzione di uno Stato, all’accesso ai centri del potere culturale. Oggi molti ebrei si scoprono di nuovo sospesi in una posizione ambigua, contemporaneamente dentro e fuori, parte del paesaggio e corpo estraneo, in una condizione che Ginsberg avrebbe riconosciuto immediatamente. A cento anni dalla nascita, Ginsberg continua a interessare proprio perché incarna una tensione irrisolta, qualcuno che non si è mai conformato eppure e al centro della sua opera più personale ha messo una parola aramaica vecchia di secoli, qualcosa da cui evidentemente non gli era possibile separarsi.

Ada Treves

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