MEDIO ORIENTE

Accordo Usa-Iran, Israele resta alla finestra

Accordo Usa-Iran, Israele resta alla finestra

«Alla luce del protrarsi dei lanci provenienti dal Libano, della ripresa dei lanci dall’Iran e dell’incertezza riguardo all’evoluzione della situazione sul fronte iraniano, secondo la valutazione degli organi di sicurezza permane un’elevata probabilità che si verifichi un attacco contro la popolazione civile». È la motivazione con cui il governo di Benjamin Netanyahu ha prorogato lo stato speciale di emergenza fino al 30 giugno, nonostante l’intesa annunciata tra Stati Uniti e Iran. Le misure più stringenti adottate domenica – in previsione di una rappresaglia iraniana dopo gli attacchi israeliani su Dahieh, nella periferia sud di Beirut – sono state revocate in mattinata, ma la proroga segnala che Gerusalemme non considera affatto chiusa la crisi. A confermarlo è anche il mantenimento dell’allerta sul fronte nord e il rifiuto, espresso da diversi esponenti del governo, di considerarsi vincolati ai termini dell’accordo.

Il negoziato Usa-Iran
L’accordo prevede la fine del blocco navale americano contro l’Iran, la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di 60 giorni di negoziati sul programma nucleare iraniano. La firma è prevista per venerdì in Svizzera e, secondo fonti iraniane e pachistane citate dalla stampa internazionale, comprenderebbe anche un cessate il fuoco in Libano. Restano tuttavia molti punti poco chiari: il testo non è stato ancora pubblicato e Washington e Teheran continuano a fornire versioni divergenti su questioni centrali come l’arricchimento dell’uranio, il destino delle scorte nucleari iraniane e il ruolo dei gruppi armati alleati dell’Iran nella regione.

Gerusalemme e la libertà di manovra
Netanyahu non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche e Israele non avrebbe partecipato direttamente al negoziato. A porte chiuse, secondo i media israeliani, il primo ministro avrebbe spiegato al gabinetto di sicurezza che Israele mantiene piena libertà d’azione e si riserva di colpire sia in Libano sia in Iran qualora emergessero nuove minacce.
Una linea ribadita pubblicamente dal ministro della Difesa Israel Katz: «Le Idf rimarranno nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza senza alcun limite di tempo. Se l’Iran attaccherà Israele a causa degli eventi in Libano, lo colpiremo con tutta la forza». Katz ha inoltre escluso qualsiasi ritiro dal Libano meridionale, sostenendo che il controllo delle zone di sicurezza rappresenti uno dei principali risultati ottenuti dall’esercito durante il conflitto.
Sul terreno si registra una situazione ambigua. Hezbollah ha dichiarato di non aver condotto alcuna operazione contro Israele dopo l’annuncio dell’accordo e ha affermato che il mantenimento del cessate il fuoco dipenderà dal comportamento di Gerusalemme. Nelle stesse ore, migliaia di sfollati hanno iniziato a rientrare nelle località del Libano meridionale abbandonate durante la guerra, mentre le autorità locali invitano ancora alla prudenza in assenza di comunicazioni ufficiali.

Critiche da maggioranza e opposizione
L’intesa è stata accolta negativamente da gran parte dello spettro politico israeliano. Nella coalizione, il ministro della Sicurezza Nazionale, l’ultranazionalista Itamar Ben Gvir ha scritto su X: «L’accordo di Trump non ci vincola. Siamo uno Stato indipendente e sovrano». Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha parlato di «un accordo negativo per Israele e per l’intero mondo libero. Punto». Il titolare dell’Energia ed esponente del Likud, Eli Cohen, ha aggiunto che Gerusalemme agirà «con gli Stati Uniti o senza gli Stati Uniti» per impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare.
Dall’opposizione le accuse sono state rivolte soprattutto verso Netanyahu. Per il leader centrista ed x capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot si tratta di un’opportunità «strategica e regionale sprecata», con il il capo del governo accusato di aver agito senza una strategia politica chiara e di aver lasciato i residenti del nord esposti alle minacce di Hezbollah. Il leader dei Democratici Yair Golan è stato ancora più duro: «Netanyahu è utile a Hamas. Netanyahu è utile all’Iran. Netanyahu è utile a Hezbollah. Netanyahu non è utile a Israele». Anche l’ex primo ministro Naftali Bennett ha definito l’accordo un «fallimento strategico», sostenendo che Israele non dovrebbe accettare alcuna limitazione alla propria libertà d’azione in Libano.
Dall’altra parte dell’Atlantico, il presidente Usa Donald Trump ha rivendicato di aver «salvato Israele dalla distruzione» e ha definito Netanyahu «una persona molto difficile». Secondo Axios, nei giorni precedenti avrebbe dichiarato in privato che «Bibi non ha alcun buon senso».

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