ISRAELE

Gli analisti bocciano l’intesa Usa-Iran: «Una vittoria strategica per Teheran»

Gli analisti bocciano l’intesa Usa-Iran: «Una vittoria strategica per Teheran»

L’accordo tra Stati Uniti e Iran non è ancora stato rivelato nei suoi dettagli, ma in Israele il giudizio degli analisti è già quasi unanime. Dai centri di ricerca sulla sicurezza nazionale ai commentatori militari, fino agli ex dirigenti dell’apparato statale, la lettura converge su un punto: l’intesa può chiudere la guerra, ma non risolve le questioni che l’avevano aperta. Il programma nucleare iraniano non viene smantellato, il destino dell’uranio arricchito resta controverso, Hezbollah non viene isolato da Teheran e Israele rischia di uscire dal conflitto con meno libertà d’azione di prima.

La narrazione di Teheran e il nodo economico
Raz Zimmt, ricercatore dell’Institute for National Security Studies (INSS) di Tel Aviv e tra i principali esperti israeliani di Iran, parte dal modo in cui l’accordo viene raccontato a Teheran. «L’intesa è presentata come una vittoria strategica dell’Iran», osserva. Il messaggio è esattamente quello temuto da Gerusalemme: «L’Iran non solo è riuscito a resistere allo scontro con due delle potenze militari più forti del mondo, ma ha anche saputo sfruttare il conflitto per ottenere un nuovo equilibrio regionale capace di dissuadere i propri avversari e garantire benefici economici e politici». E avverte sul fronte economico: «Non c’è alcun dubbio che miliardi di dollari affluiranno in Iran. Anche se i fondi congelati non dovessero essere sbloccati immediatamente, il semplice fatto che gli Stati Uniti intendano consentire la ripresa delle esportazioni petrolifere iraniane significa già miliardi di dollari di entrate». Non abbastanza, precisa, da cancellare i problemi strutturali: «La crisi economica che la Repubblica Islamica sta attraversando non è soltanto il risultato delle sanzioni. È anche la conseguenza di anni di cattiva gestione, corruzione e del ruolo dominante dei Guardiani della Rivoluzione nell’economia». Le agevolazioni, conclude, «rafforzeranno certamente il regime, ma non cancelleranno le cause profonde del malcontento sociale».

Il Libano “regalato”
La stessa preoccupazione attraversa l’analisi di Meir Ben-Shabbat, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale e oggi alla guida del Misgav Institute. Intervistato dalla testata economica Globes, Ben-Shabbat descrive il memorandum come «l’inizio della fine delle gravi difficoltà economiche dell’Iran» e ammonisce che qualsiasi accordo con Teheran concede al regime ciò di cui ha più bisogno: «Sopravvivenza, speranza e risorse per la ricostruzione». La critica non si ferma al nucleare. L’inclusione del Libano nel quadro dell’intesa, osserva, è «un regalo all’Iran»: non indebolisce Hezbollah, ma rischia di riconoscere implicitamente il ruolo di Teheran come attore decisivo nella scena libanese. Se l’obiettivo dichiarato era smantellare la rete regionale dell’Iran, l’accordo sembra produrre l’effetto opposto.

Vittoria strategica o «fotografia della vittoria»
In un editoriale su ynet, Eldad Shavit, ex alto funzionario dell’intelligence israeliana e ricercatore dell’INSS, concentra l’analisi sul divario tra risultati militari ed esito politico. La campagna ha dimostrato la forza dell’esercito israeliano e il livello di cooperazione raggiunto con Washington. Ma la domanda decisiva non è come si combatte insieme: è come si conclude insieme. «Israele esce dal conflitto più forte sul piano militare ma più limitata sul piano diplomatico», scrive. «Ha dimostrato di poter colpire l’Iran e operare al fianco degli Stati Uniti, ma ha scoperto che è Washington a decidere quando fermarsi, cosa debba essere considerato una vittoria e quanto spazio di manovra avrà Israele il giorno dopo». In una battuta Shavit sintetizza: «Israele cercava una vittoria strategica; Trump cercava una fotografia della vittoria». Per l’analista il problema è domani: «La futura libertà d’azione israeliana nei confronti dell’Iran, del Libano e dell’intero scenario regionale dipenderà sempre meno soltanto dalla forza delle sue armi e sempre più dalla capacità di ricostruire la propria influenza politica a Washington».

Un Netanyahu senza opzioni
Sul progressista Haaretz, Amos Harel descrive un Netanyahu con sempre meno opzioni. L’attacco di domenica a Beirut e le successive minacce iraniane hanno mostrato quanto il margine israeliano si sia ristretto mentre Trump spingeva per chiudere l’accordo: il presidente Usa ha visto l’operazione delle Idf in Libano non come un passaggio della guerra contro Hezbollah, ma come un ostacolo al proprio obiettivo diplomatico. Il rischio ora, sostiene Harel, è che la regione scivoli in una realtà di fiammate ricorrenti, in cui i missili iraniani tra una tregua e l’altra «diventino una componente quasi ordinaria del panorama strategico». Il dato più grave riguarda Washington: Israele ha perso parte del sostegno che sembrava automatico della Casa Bianca e ora ha di fronte un Trump che «agisce come se avesse preso il controllo della politica estera e di difesa di Gerusalemme, trasferendola di fatto nelle mani americane». In questo contesto, conclude, Netanyahu avrà difficoltà a presentarsi ancora come il leader capace di giocare «in un’altra categoria» sulla scena internazionale.

Il 2015 che ritorna
Gili Cohen, corrispondente politica dell’emittente Kan, legge la vicenda come il ritorno di una storia già vista. «Come nel 2015, Netanyahu si oppone a un’intesa giudicata insufficiente (nell’immagine il suo discorso al Congresso Usa); come allora, l’Occidente vuole chiudere un negoziato lungo. Ma questa volta l’imbarazzo è più grande: alla Casa Bianca non c’è Obama, il presidente contro cui il premier aveva costruito una battaglia politica, ma Trump, l’alleato su il primo ministro cui aveva investito quasi tutto», sottolinea Cohen. «La strategia di rifiutare l’accordo, minacciare la forza, usare la forza e poi usarne ancora di più sembra essersi infranta contro la realtà».

La lezione per Mosca, Pechino e la regione
L’analista Elie Klutstein su Makor Rishon, testata di riferimento della destra nazionalreligiosa, arriva alla stessa conclusione con toni più duri: fino a prova contraria, l’accordo «si delinea come una pillola amara e inutile». Il rischio principale è che Teheran arrivi al prossimo round negoziale rafforzata: con la prospettiva della rimozione delle sanzioni, dello sblocco dei fondi e della ripresa dell’export petrolifero, scrive Klutstein, gli iraniani «arriveranno al proseguimento del negoziato più forti, in posizione di vantaggio, dopo aver dimostrato che la loro pazienza paga». E difficilmente Trump, dopo aver presentato l’intesa come un successo, tornerà alla guerra entro 60 giorni, «in una data molto più vicina alle elezioni di metà mandato». Klutstein allarga poi lo sguardo oltre il Medio Oriente, ed è qui che individua la lezione più insidiosa: un cattivo accordo, scrive, «può trasmettere a cinesi e russi un messaggio sulla non resilienza americana», sulla capacità di colpire duramente senza però sostenere un confronto lungo fino alla vittoria definitiva. Mosca «potrebbe trincerarsi ancora di più nelle sue posizioni nel negoziato con gli ucraini», mentre Pechino «può interpretarlo come un indizio su come potrebbe svilupparsi una guerra contro Taiwan, e quale sarebbe la risposta americana». Sul piano regionale, conclude Klutstein, un’intesa simile «consoliderà lo status di Teheran come bullo locale», capace di imporre la propria volontà in Paesi come il Libano «al di sopra della testa del governo» di Beirut.

Il filo comune: più forti, più vincolati
Il filo comune tra analisti molto diversi è netto. Nessuno nega la capacità militare dimostrata da Israele, né la profondità della cooperazione con gli Stati Uniti. Ma tutti indicano lo stesso cortocircuito: il successo militare non si è tradotto in un risultato politico proporzionato. L’Iran non è stato sconfitto, il regime non è caduto, il programma nucleare non è stato eliminato, Hezbollah non è stato neutralizzato. E la libertà d’azione israeliana rischia ora di dipendere più che mai dagli interessi di Washington.

d.r.

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