«Tante cose in Iran sono proibite. Le cose che in tutto il mondo sono normali e naturali. Per esempio non si può bere alcol, non si può uscire con una ragazza, non si possono guardare i film occidentali se hanno scene d’amore. Non si può ascoltare musica occidentale, non si può festeggiare». Comincia così il racconto di Babak Monazzami, attivista e artista persiano, protagonista del documentario Stai fermo lì, realizzato nel 2023 dalla giornalista e regista Clementina Speranza e da allora presentato in tutta Italia. Monazzami è fuggito dall’Iran sotto la presidenza di Mahmud Ahmadinejad, dopo essere stato arrestato e torturato per aver indossato jeans e t-shirt a maniche corte, per aver ballato, per aver partecipato a una manifestazione pacifica in favore della liberazione di suo cugino, un professore universitario.
Venerdì 12 giugno il film è stato proiettato a Milano, con la presenza in sala dello stesso Monazzami e di Speranza. «Si parla poco della causa iraniana, di ciò che succede all’interno del regime degli ayatollah, del record dei numeri di condannati a morte, dell’oppressione delle opposizioni», ha sottolineato in apertura Daniele Nahum, presidente della sottocommissione Carceri del Comune di Milano, ricordando come l’Iran, oltre a vessare i propri cittadini dal 1979, finanzi gruppi terroristici come Hamas e Hezbollah.
Speranza ha conosciuto Monazzami in una galleria d’arte a Milano dove l’attivista esponeva alcune sue opere, e così è venuta a conoscenza della sua storia: i ricordi d’infanzia della guerra tra Iran e Iraq, la fuga, l’arresto, le torture subite. Arrivato in Italia, Monazzami è stato poi costretto ad allontanarsi dopo aver ricevuto minacce, fino a finire in Germania, dove il sequestro per errore della polizia tedesca dei documenti gli ha fatto perdere il diritto alla cittadinanza italiana. Monazzami, durante la serata, ha ricordato il senso più profondo del suo impegno: «La mia continua battaglia di oggi è per fare apprezzare la democrazia e la libertà alle nuove generazioni in Europa e per fare in modo che custodiscano questi valori. Quando ero in prigione in Iran insieme ad altri giovani, innocenti e torturati, ci siamo fatti una promessa: chi sarebbe uscito vivo da lì sarebbe stato la voce di tutti».
Al dibattito hanno preso parte anche Rayhane Tabrizi, attivista iraniana e presidente dell’Associazione di donne iraniane Manaa, e Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica di Milano. «Il documentario racconta in modo crudo la vita di Babak, e dà una visione cristallina di come un giovane iraniano deve affrontare quotidianamente gli ostacoli», ha osservato Tabrizi, che ha raccontato anche la propria esperienza di anni di lavoro come assistente di volo per Iran Air, testimone diretta dei trasporti di armi verso Damasco e del sostegno economico iraniano a Hezbollah. Romano ha collegato la vicenda di Monazzami alla memoria della comunità ebraica: «Noi ebrei, come molti iraniani della diaspora, abbiamo parenti e amici che hanno pagato il prezzo del jihadismo con la vita».
In sala anche le fotografie di alcuni sportivi iraniani uccisi o arrestati dal regime per aver chiesto il riconoscimento dei propri diritti: dal karateka campione del mondo Jasem Vishkaei al due volte campione mondiale di bodybuilding Masoud Zatparvar. Tra le foto anche quella dell’ex portiere della nazionale iraniana, Rashid Mazaheri, di cui non si hanno più notizie. «Il suo arresto è avvenuto il 25 febbraio 2026, dopo aver pubblicato un post. Gli agenti hanno fatto irruzione a casa sua. Lo ha riferito la moglie. Il post è sparito qualche ora dopo», ha raccontato Speranza. Solo da gennaio 2026, secondo i dati riportati durante la serata, sono 216 gli atleti uccisi dal regime di Teheran.
IRAN
A Milano il documentario sul dissidente Babak Monazzami