Dopo l’annuncio dell’intesa con l’Iran – al momento firmata digitalmente, in attesa della cerimonia venerdì in Svizzera –, il presidente Usa Donald Trump è arrivato al G7 di Evian, parlando della riapertura imminente dello Stretto di Hormuz: «Togliamo le poche mine rimaste, le navi cominciano a circolare, e venerdì sarà completamente aperto», racconta il Corriere della Sera. Il quotidiano cita poi l’intervista di Trump al New York Times, in cui il presidente ha evocato la possibilità che gli Stati Uniti diventino «guardiani del Medio Oriente» in cambio del 20% degli introiti della regione. Da Evian la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha invece preso posizione sul conflitto tra Israele e Hezbollah: «Non può esserci una pace duratura finché il Libano rimane in fiamme. Chiediamo un cessate il fuoco autentico e il pieno rispetto della sovranità del Libano».
Tante le analisi sull’intesa. Sul Corriere della Sera, Federico Rampini parla di «tripla verità»: Trump canta vittoria, Teheran festeggia la fine dell’embargo, il Pakistan sostiene che l’accordo vincoli anche Israele in Libano, sebbene né Netanyahu né Hezbollah abbiano partecipato al negoziato. «Parlare di pace è prematuro», scrive Rampini, ipotizzando uno spostamento del potere interno iraniano dall’ala clericale a quella militare, «qualcosa di più simile a una dittatura militare, sia pure islamica». Su Repubblica, Maurizio Molinari individua nel comandante dei pasdaran Ahmed Vahidi il nuovo uomo forte del regime di Teheran, «che si considera il protettore del nucleare», e indica negli europei gli unici in grado di sostenere subito il fragile compromesso, attraverso una missione navale di sminamento. Il politologo Vali Nasr, intervistato dal Corriere, definisce l’intesa «un compromesso necessario, ma per Trump rappresenta una pesante battuta d’arresto», sostenendo che «la responsabilità è anche del governo israeliano che aveva prospettato agli americani un’operazione più facile e senza troppi rischi. Non è stato così». Anche l’ex capo della Cia David Petraeus avverte: «Israele ha giustamente detto che, se verrà colpita, risponderà», notando che il memorandum non affronta esplicitamente il sostegno iraniano a Hezbollah.
Già nelle prime ore l’accordo mostra la sua fragilità, racconta il Sole 24 Ore: Hezbollah ha attaccato un’avanzata israeliana verso le colline di Ali el-Taher e lanciato un missile contro i veicoli blindati delle Idf, mentre un drone israeliano ha provocato la prima vittima libanese a Nabatiyeh. Il quotidiano economico cita il giudizio della testata Times of Israel: la «vittoria totale» evocata dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo il 7 ottobre «è svanita davanti all’evidenza dei fatti: i palestinesi non lasceranno Gaza, Hamas non si disarmerà, così come Hezbollah».
Il Corriere della Sera descrive un Netanyahu rimasto «ammutolito e senza parole» per ventiquattro ore, lasciando parlare il ministro della Difesa Israel Katz: «Resteremo nelle zone di sicurezza in Libano, a Gaza e in Siria a tempo indefinito». Solo dopo il tramonto il primo ministro ha rotto il silenzio: «L’Iran non avrà il nucleare, è la missione della vita. La nostra lotta non è ancora finita». Attorno a lui si alza un coro di critiche, sottolineano Giornale e Riformista: i ministri dell’estrema destra Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich si dicono contrari all’accordo, così come le opposizioni, mentre i commentatori vicini a Netanyahu, sottolinea il Corriere, insultano i consiglieri di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner definendoli «i due ebreucci che il Qatar ha comprato». Le parole di Trump al New York Times su Netanyahu – «è un tipo molto difficile, e a essere onesti dovrebbe esserci molto grato» – ricordano a Repubblica il celebre «Ci hai mai detto grazie?» rivolto da Vance a Zelensky. Sul Giornale, Fiamma Nirenstein descrive un Bibi assediato dai nemici interni e «mollato da Trump»: «Israele è fuori dal tavolo su cui si è elaborato il non-accordo che gli iraniani baldanzosamente mostrano in giro». Il Foglio nota come in Israele «nessuno dica che la guerra non doveva iniziare, ma che è finita troppo presto». E aggiunge: «A Gerusalemme la retorica pacifista è un lusso che nessuno si concede».
Tra gli analisti, una delle poche voci ottimiste sull’intesa è il politologo Edward Luttwak che a Libero dichiara che se l’intesa reggerà sarà per merito di Israele, «che potrebbe intervenire quando vuole perché l’esercito di Teheran è incapace di impedirlo». Più critico Dario Fabbri, sempre su Libero, secondo cui l’operazione militare israeliana non ha ottenuto risultati: «Da solo Israele non può sconfiggere l’Iran, e non ci riescono neanche gli Stati Uniti. L’ha spinto alla guerra, ma che cosa ne ha ottenuto? Il regime di Teheran è sfibrato ma non sconfitto, e si è creata una distanza con Washington». Lo storico Benny Morris, intervistato dal Foglio, parla di «disastro totale» per Israele e accusa Trump di essere «un bullo e allo stesso tempo un debole, che si ritira non appena incontra opposizione».
La Commissione europea presenterà ai governi proposte di sanzioni commerciali contro Israele, su pressione di Francia e Spagna, racconta il Sole 24 Ore. «Chiederò ai servizi della Commissione di preparare un elenco di opzioni relative a possibili misure commerciali, comprese quelle volte a impedire le importazioni di beni provenienti dagli insediamenti illegali», ha spiegato l’Alta Rappresentante Kaja Kallas. Resta invece bloccata la sanzione personale al ministro dell’estrema destra Itamar Ben-Gvir: «Molti paesi hanno proposto di sanzionarlo, ma non vi è stato alcun consenso». Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares è netto: «Andiamo al voto. Verifichiamo una volta per tutte chi è a favore del diritto internazionale e chi no».
Tensione a Los Angeles davanti allo stadio dei Galaxy, dove l’Iran si è allenato per il Mondiale: la polizia è dovuta intervenire per separare un gruppo della diaspora iraniana, che inveiva contro il regime gridando «Terroristi!», da alcuni sostenitori della Repubblica islamica, racconta il Corriere della Sera. Da una parte le bandiere prerivoluzione del 1979 con il leone e il sole, oltre a quelle di Israele e degli Stati Uniti, dall’altra il vessillo tricolore con il nome di Allah.
«Cristiani ed ebrei assieme: aiutare i fragili è costruire pace». Così papa Leone XIV ricevendo in udienza in Vaticano i membri della United Jewish Appeal-Federation of New York, associazione filantropica ebraica statunitense, riporta Avvenire. La Chiesa, ha affermato il pontefice, con la dichiarazione Nostra Aetate ha preso «una posizione ferma contro l’antisemitismo». Leone XIV ha poi elogiato l’impegno dell’associazione ebraica verso poveri e bisognosi.
Avvenire pubblica una recensione di Massimo Giuliani del romanzo Devastazione di Aharon Reuveni (Ronzani), scrittore quasi sconosciuto nato in Ucraina nel 1886 e approdato nella Palestina mandataria dopo un’odissea tra Russia, Siberia, Giappone, Cina ed Egitto. Il libro racconta una Gerusalemme «multietnica, corrotta e povera», lontana dall’immagine idealizzata dal sionismo ufficiale, dove gli ebrei appena arrivati lottano per un lavoro, una casa e «ragioni esistenziali per restare».