A tre mesi dall’ultima volta, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è tornato davanti ai giornalisti. Lo ha fatto la sera dopo la firma digitale del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, un’intesa da cui Israele è stato escluso e di cui, ha confermato, Gerusalemme non conosce ancora i contenuti. «Con un accordo o senza accordo, l’Iran non avrà armi nucleari. Né oggi né domani», ha dichiarato Netanyahu, definendo l’obiettivo di un Iran senza atomica la sua «missione di vita». «Finché sarò primo ministro di Israele, questo non accadrà».
La conferenza stampa si è aperta con una rivendicazione: «Insieme ai nostri amici americani, abbiamo intrapreso la più grande missione d’attacco nella storia di Israele», ha sottolineato il capo del governo, elencando i risultati: «Abbiamo neutralizzato gli scienziati nucleari, decapitato i leader del regime terroristico, distrutto le fabbriche nucleari, distrutto missili e la maggior parte delle fabbriche che producono missili». E ancora: «Abbiamo distrutto la loro marina, la loro aeronautica». I danni all’economia iraniana ammontano a «centinaia di miliardi di dollari, e alcuni li stimano persino vicini a un trilione».
I media locali ricordano come già nel giugno 2025, al termine della Guerra dei Dodici giorni con l’Iran, Netanyahu dichiarò in conferenza stampa di aver «mandato a monte il programma nucleare iraniano» e ottenuto una «vittoria storica» destinata a «rimanere per generazioni». Lunedì sera i toni si sono ripetuti, con la promessa di aver «rimosso, per gli anni a venire, questa minaccia di annientamento che incombeva su di noi» e «se non avessimo agito, tutti voi sareste stati in pericolo di morte».
Gli obiettivi ridefiniti
Quando i giornalisti hanno ricordato l’obiettivo annunciato e fallito di far cadere il regime iraniano, Netanyahu ha respinto la premessa: «Non è andata male affatto. Io e il governo abbiamo definito gli obiettivi diversamente». Non rovesciare il potere a Teheran, ma «rimuovere il pericolo nucleare esistenziale» e «allontanare la minaccia missilistica». Quanto al cambio di regime, Israele avrebbe solo «creato le condizioni» perché «il popolo iraniano, se lo vorrà, rimuova questo regime del terrore». Quando cadrà? «Non lo so dire», ha risposto Bibi, aggiungendo: «Avrei potuto dirvi quando sarebbe caduto il regime sovietico? No. Non posso dirvelo». E sull’opportunità di aver lanciato l’offensiva ha tagliato corto, negando che rovesciare gli ayatollah fosse mai stato tra gli scopi dichiarati: «Ci sono crepe anche all’interno di questo regime».
Il rapporto con Trump
Netanyahu ha rifiutato di criticare l’intesa, attribuendola alla Casa Bianca. «Questo accordo è stato fatto dagli Stati Uniti, dal presidente degli Stati Uniti», ha sottolineato, prendendone le distanze: «Ripeto che questa è una sua decisione, e lui è alla guida». Quanto ai rapporti personali, ha respinto l’accusa di essere una pedina in mano a Washington. «Negli Stati Uniti dicono che il presidente Trump fa tutto ciò che gli chiedo, e in Israele dicono il contrario, cioè che io faccio tutto ciò che lui chiede. Nessuna delle due cose è vera». E ha aggiunto: «Molte volte siamo d’accordo; a volte non lo siamo. Succede nelle migliori famiglie». Ma Israele deve «tenere conto» di Washington, ha riconosciuto, ricordando che Trump «ha portato l’esercito americano a combattere con noi contro il nostro nemico comune»: «È una cosa importante. La rispetto».
Libano
Sul Libano nessuna concessione: le truppe resteranno nella zona cuscinetto «per tutto il tempo necessario». «L’Iran voleva che ci ritirassimo da lì. Questo non è accaduto. Sapete perché? Tra le altre ragioni, perché sono stato molto, molto fermo». Bibi ha avvertito che lo Stato ebraico deve «continuare a restare in guardia», annunciando un aumento del bilancio della difesa di 350 miliardi di shekel per raggiungere «l’indipendenza negli armamenti». Alla domanda se si candiderà ancora, Netanyahu ha scelto l’ironia: «Sono commosso dalla vostra preoccupazione. Voglio rassicurarvi: mi candiderò e intendo vincere».