Mentre la firma di Lucerna tra Usa e Iran si avvicina, i giornali continuano a interrogarsi sull’esito della guerra e sui costi del negoziato tra Washington e Teheran. Anche nella prospettiva (spesso inquieta) di Israele, che non è parte dell’accordo di prossima ratifica in Svizzera. «Il Medio Oriente sarà pure pacificato, a sentire Donald Trump. Ma ci sono abbastanza questioni irrisolte da lasciare pensare che siamo ancora agli inizi della fine della crisi, anche perché si sta aprendo un inedito conflitto politico tra Israele e Stati Uniti», osserva tra gli altri il Corriere della Sera. Un conflitto alimentato anche dalle dichiarazioni in libertà del presidente Usa, che ieri a Evian ha detto molte cose tra cui «se non fosse per me, Israele non esisterebbe neppure».
“Delirio a Evian”, titola il Foglio, soffermandosi sugli «sproloqui» dell’inquilino della Casa Bianca. Durante il G7 nella cittadina francese, Trump ha proposto di affidare alla Siria la repressione dei terroristi di Hezbollah. Secondo Il Foglio, il presidente Usa «dimostra di non avere capito nulla di al Sharaa». Fanno intanto discutere le dichiarazioni del ministro ultranazionalista israeliano Bezalel Smotrich, che ieri ha annunciato l’annullamento degli Accordi di Hebron. «Dopo circa 30 anni, dunque, è un membro del governo Netanyahu ad annunciare lo smantellamento di un accordo siglato proprio dal primo ministro israeliano con Arafat nel 1997, all’interno degli Accordi di Oslo», scrive il Sole 24 Ore. Il ministero degli Esteri israeliano ha però smentito poco dopo: «Contrariamente a quanto affermato dal ministro delle Finanze, l’Accordo di Hebron non è stato annullato».
«Conosco bene il modo di negoziare degli iraniani e degli americani e non finirà in sessanta giorni, ce ne saranno altri sessanta, poi altri sessanta e nel frattempo gli iraniani avranno la capacità di riprendersi», dice al Foglio l’ex generale di stato maggiore israeliano Yaakov Amidror. «Pensavamo che gli americani sarebbero stati più intelligenti e non avrebbero commesso errori così gravi. Ma se guardiamo alla situazione strategica di Israele, la nostra posizione di sicurezza oggi è molto migliore rispetto al 7 ottobre», sostiene Amidror, per il quale «uno degli elementi più importanti della strategia iraniana per distruggere Israele è stato eliminato: è l’idea dell’anello di fuoco fatto di proxy che avrebbero dovuto stringere Israele da tutte le direzioni».
«È difficile sostenere che questa guerra abbia portato a un risultato positivo significativo per gli Stati Uniti. Teheran conserva la capacità di chiudere lo Stretto di Hormuz; possiede oltre 400 chili di uranio arricchito; continua a sostenere pienamente i suoi proxy e mantiene una significativa capacità militare», dichiara a Repubblica l’ammiraglio James Stavridis, ex comandante supremo della Nato. «Il costo per gli Usa invece è stato la tragica perdita di una dozzina di militari, decine di miliardi di dollari in equipaggiamenti e armi bruciati, e ingenti costi operativi».
«Che cosa si vuole di più per capire che il sorriso felino di Araghchi è una menzogna?», si chiede sul Giornale Fiamma Nirenstein. «Eppure ormai il New York Times glorifica la bimillenaria storia persiana a fronte dell’imperialismo americano e anche israeliano, contento dell’equivoco. È un impazzimento, una negazione della realtà che si pagherà cara». Il jihadismo khomeinista «non è una posizione politica con cui trovare un punto di equilibrio» ma «un’ideologia che ha come fine dichiarato la distruzione dell’Occidente, la cancellazione di Israele e l’oppressione, quando non la morte, di ebrei e cristiani», scrive Davide Riccardo Romano sul Tempo. Per il Riformista, «mai gli Stati Uniti si sono azzardati in un voltafaccia così subdolo verso Israele com’è stato in queste ultime settimane». Cosa significa “sicurezza” per Israele? «Preferisco le vostre condanne alle vostre condoglianze»: per il Tempo, queste parole attribuite a Golda Meir «sono la sintesi brutale di uno Stato nato con il coltello alla gola e costretto, da allora, a misurare la politica non sull’applauso degli altri, ma sulla sopravvivenza dei propri cittadini».
«Si comincia a escludere i libri, alla fine si imprigionano i cittadini. Il primo principio di un liberale come me è quello di Voltaire: non ho le tue idee ma lotterò alla morte perché tu le possa sostenere», dice al Corriere il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a proposito del “patentino antifascista” sottoposto agli editori dalla fiera Più libri, più liberi. «Chi fa propaganda per la ricostituzione del partito fascista va censurato e, al limite, punito. C’è già la legge Scelba. Ma una cosa è esporre le idee, una cosa è tenerle per sé, senza essere obbligato a ripudiarle per partecipare a un evento culturale», aggiunge il ministro. «Non è che parlando del “patentino antifascista” ha difeso il codice di Mussolini e solo dopo ha fatto retromarcia?», domanda il Corriere. Risponde Nordio: «Esattamente il contrario. Io volevo abolire il codice Rocco. Vent’anni fa ho presieduto la commissione per farne uno nuovo, rimasto nel cassetto».
In un articolo sul Corriere della Sera, il germanista Claudio Magris analizza le complesse relazioni tra l’ebraismo e la Mitteleuropa attraverso le figure e le riflessioni di David Bergelson, Franz Kafka e Josep Roth. «Gli imperi cadono e il Messia non giunge», sottolinea Magris, segnalando come per l’ebreo orientale Josep Roth lo sfacelo della Mitteleuropa diventi «una parabola della solitudine dell’uomo moderno strappato da tutte le radici».
Il Messaggero racconta la storia dell’Isola Tiberina, «tempio della salute con le radici salde nella leggenda», casa dell’ospedale Fatebenefratelli e di una sede dell’Ospedale Israelitico.