Carlo Ginzburg, scomparso a 87 anni, «è stato sicuramente il nostro storico più importante, e in qualche modo anche il più atipico, e proprio per questo aveva una dimensione internazionale che nessun altro – tra quelli che ho conosciuto, frequentato o anche solo letto – ha avuto. È stato senz’altro un maestro, credo, per tutti quelli della mia generazione e delle generazioni successive», sottolinea a Pagine Ebraiche lo storico Marcello Flores.
Ginzburg sarebbe dovuto essere il relatore della sua tesi di laurea. «Però poi vinse il concorso da docente a Bologna e così le nostre strade si divisero», racconta Flores. A segnare per lui un punto di svolta fu invece Il formaggio e i vermi, uscito a metà degli anni Settanta: «Fu davvero una rivelazione. Pur essendo un libro totalmente lontano dai miei interessi, che erano legati al Novecento, aveva una forza, una capacità di raccontare la storia, di far emergere le domande che si devono porre al passato, i legami tra le diverse discipline, dall’antropologia alla psicologia all’economia: tutto questo lo rendeva una figura assolutamente eccezionale». Sul successo internazionale di un metodo nato dallo scavo in archivi friulani, Flores intreccia ragioni accademiche ed editoriali: «Negli anni Settanta i grandi successi internazionali di storia erano soprattutto di storia moderna, che offriva la possibilità di nuove metodologie, nuovi intrecci interdisciplinari che la storia contemporanea non riusciva a seguire. Il suo è stato un successo doppio: accademico, estremamente forte, ma anche editoriale, perché Il formaggio e i vermi fu tradotto e pubblicato non solo da case editrici accademiche, ma trovò un pubblico molto più ampio».
Gli uomini dietro gli eventi
Anche lo storico David Bidussa ne ricostruisce il metodo intellettuale: «Ginzburg mi ha insegnato a leggere le fonti con metodi d’approccio diversi: il problema, per lui, non era il vero, ma l’autentico». Un’eredità che sta, secondo Bidussa, nell’aver spostato l’attenzione della storiografia italiana dagli eventi alle persone: «In una storiografia che in Italia, fra gli anni Sessanta e Settanta, era ancora molto evenemenziale – il problema era ricostruire la scena, non c’erano le persone, c’era la scena – lui fa improvvisamente diventare fondamentali le persone. Il tema è, come dire, l’umano che sta nella storia». Un debito che Ginzburg riconosceva esplicitamente a Marc Bloch e alla formazione filologica ricevuta alla Scuola Normale, sotto la guida di Delio Cantimori: «C’è una grande attenzione filologica, ma anche la consapevolezza che un testo, da solo, dice poco se non si indaga come si forma la cultura che lo produce». Quando lo storico torinese lavorava sugli eretici, aggiunge Bidussa, la domanda non era soltanto quali idee avessero, ma «quali libri hanno letto, che tipo di parole hanno ascoltato, che tipo di pratiche, e quindi cosa hanno immaginato mentre facevano quelle pratiche».
Il metodo ebraico
In questo metodo, Bidussa intravede anche un’eco della tradizione interpretativa ebraica: «Forse c’è l’attenzione a lavorare all’interno di un testo, e non solo su un testo. Nella storia del vissuto ebraico conta il commento intorno ai testi, che alla fine diventa il testo stesso». Una vicinanza non identitaria, ma metodologica: il testo come luogo da attraversare, stratificare, interrogare. Su questo punto converge Alberto Cavaglion, critico letterario e storico, che ricorda Ginzburg come uno studioso «asistematico»: «Non ha mai aderito a una scuola storiografica precisa, ma un po’ nel solco del Talmud o del midrash, amava molto mettere insieme interpretazioni diverse, autori anche tra loro molto lontani». Cavaglion, che lo incontrò più volte insieme al suo maestro Arnaldo Momigliano, ne sottolinea insieme il rigore e la qualità della scrittura: «Ho sempre apprezzato la genialità delle sue intuizioni e la bellezza dello stile. Sono libri che si leggono, come tutti i suoi saggi – anche quelli più eruditi – come dei racconti, come testi di alta letteratura, oltre che di alta ricerca storiografica».
Anche il rapporto con Momigliano, per Cavaglion, dice molto della genealogia intellettuale di Ginzburg: «Il suo carattere era spigoloso, molto duro nei giudizi: metteva in soggezione, come del resto anche Momigliano. Però quest’ultimo era l’unico con il quale Ginzburg stava molto sull’attenti. Sono stato testimone di questa specie di affetto reverenziale». Un rapporto con i maestri che attraversa anche la memoria familiare: Cavaglion ricorda di aver discusso con Ginzburg di una lettera perduta del padre, Leone Ginzburg, allo scrittore Mario Praz, sul tema dell’ebraismo e dell’identità italiana: «La risposta di Praz fa capire quanto questo problema della doppia identità, della fedeltà al Risorgimento nazionale di Leone, fosse al tempo stesso intrecciato all’attaccamento all’ebraismo. Ne discutemmo con Carlo e lui fu cortese, ma contestò una parte delle mie conclusioni».
La lezione per gli storici
Rimangono, per chi lo ha letto e studiato, i libri e un metodo. «Tanti e tali sono stati i suoi interessi, la vastità dei suoi studi: si impara sempre tantissimo», afferma Cavaglion. Per Bidussa, la lezione di Ginzburg sta nella capacità di tenere insieme fonti, parole e vissuti: «C’è una grande caparbietà a stare sui testi, ma anche la chiarezza di sapere che da soli non bastano, se non si indaga come si forma la cultura». Per Flores, resta la definizione di maestro: «Da lontano, diciamo un maestro, nel senso che ho cercato di apprendere dalle sue opere quanto potevo».
Daniel Reichel