Lehitkarnef. Solo in ebraico esiste il verbo “rinocerontizzare”: un adattamento linguistico della celebre opera Il rinoceronte di Eugène Ionesco, diventato nel lessico politico israeliano sinonimo di deriva collettiva verso il conformismo autoritario.
Nel dramma di Ionesco, gli abitanti di un villaggio si trasformano progressivamente in rinoceronti, accettando la violenza implicita nella metamorfosi collettiva. «Lehitkarnef è un verbo straordinario, capace di descrivere in una parola un fenomeno socio-politico complesso come quello raccontato da Ionesco», spiega a Pagine Ebraiche Itamar Gov, artista israeliano nato a Tel Aviv nel 1989 e residente a Berlino dal 2010.
Anche dallo spunto linguistico prende forma The Rhinoceros in the Room. Or: A Tale of Banality and Evil, l’installazione monumentale che Gov presenta al Kunstmuseum di Magdeburgo, nell’orientale Sassonia-Anhalt. Un rinoceronte bianco, lungo 17 metri e alto 9, riempie interamente la navata della chiesa romanica dell’XI secolo che oggi fa parte del museo. Ne ostruisce la vista, ne interrompe la prospettiva, sfiora con le spalle gli archi in pietra medievale.
«Mi piace lavorare con il concetto di “microstorie” dello storico Carlo Ginzburg», racconta l’artista. «Concentrarsi su un dettaglio e, attraverso di esso, esplorare realtà socio-politiche più ampie».
Il rinoceronte era già per Gov una figura potente, carica di stratificazioni storiche e simboliche: dall’incisione di Albrecht Dürer, che nel XVI secolo ne fissò un’immagine quasi mitica nell’immaginario europeo, fino alla sua progressiva associazione con l’idea di forza, dominio e potere imperiale. Ma il dettaglio che ha orientato il progetto artistico è stato proprio lehitkarnef. Durante una conversazione con un amico tedesco, l’artista si era accorto dell’assenza in altre lingue quel verbo. «È stato in quel momento che ho capito quanto fosse interessante che un concetto del genere esistesse solo in ebraico».
L’animale è imponente, quasi preistorico. Eppure è un gonfiabile, riempito d’aria: una massa che sembra pesare tonnellate ma che, in realtà, è un involucro leggero. La sua superficie bianca e morbida contrasta con la pietra romanica, pesante, antica, inamovibile. «L’essenza dell’opera sta nelle contraddizioni che comporta», spiega Gov. «È un mostro gigantesco, come un dinosauro in un museo di storia naturale, ma allo stesso tempo ha qualcosa di dolce, quasi da attrazione circense».
L’artista sottolinea le domande che attraversano il suo lavoro: «Quando ciò che appare minaccioso diventa realmente pericoloso? Fino a che punto possiamo rassicurarci che ciò che vediamo è “solo aria”?». È una riflessione sulla natura degli avvertimenti e delle minacce, su quel momento sottile in cui qualcosa smette di essere percepito come simbolo e si trasforma in realtà. «Qual è il punto di non ritorno?», si chiede l’artista.
Il rinoceronte è impossibile da ignorare. Blocca il passaggio, obbliga lo spettatore a fermarsi. «Ignorare il rinoceronte nella stanza significherebbe decidere attivamente di non vedere ciò che è davanti ai propri occhi». In un luogo che talvolta attrae visitatori soprattutto per la sua architettura, Gov sceglie un gesto che sposta l’attenzione in modo radicale: un’interferenza che è anche un test di responsabilità.
Accanto alla presenza fisica dell’animale, l’installazione è attraversata da una composizione sonora multicanale firmata da Bruno Delepelaire per otto violoncelli e voce. Le note intrecciano il testo dell’Erlkönig di Goethe e la ninna nanna ebraica Hitragut (“Riposo”) di Paul BenHaim, nato in Germania e trasferitosi nella Palestina mandataria negli anni Trenta per sfuggire al nazismo. Due “mondi” che si rispondono: una fiaba oscura e un canto intimo, continuamente in bilico tra protezione e minaccia.
Nel poema romantico, un padre cavalca nella notte con il figlio tra le braccia. Il bambino cerca di avvertirlo che il Re degli Elfi sta per fargli del male; il padre continua a rassicurarlo, attribuendo tutto all’immaginazione. Quando arrivano a casa, il bambino è morto. «Ricordo l’orrore fisico che provai leggendo quel testo da bambino a Tel Aviv», confida Gov. «La paura di cercare di avvertire i propri genitori di un pericolo e di essere rassicurati che va tutto bene, anche se non è così».
Anche le ninne nanne, osserva, contengono un’ombra. Hitragut evoca il desiderio di un luogo di rifugio — una casa di legno, un albero, una nonna con la nipote, le stelle — e proprio questo desiderio rivela che la realtà è diversa. Portando insieme i due testi, Gov costruisce un pendolo emotivo che oscilla tra minaccia e rassicurazione: la stessa oscillazione che attraversa molte società quando il pericolo è davanti agli occhi ma viene ridotto a spettacolo, folklore, rumore di fondo. Il sottotitolo dell’opera richiama la “banalità del male” di Hannah Arendt. «Una fiaba che parla di banalità e male suona quasi assurda», riflette l’artista. «Ma volevo suggerire che dietro l’aspetto dolce del rinoceronte si nasconde qualcosa di oscuro. Mentre siamo affascinati da ciò che vediamo dovremmo chiederci cosa non funziona». La biografia di Gov attraversa il lavoro come un fiume sotterraneo. Cresciuto a Tel Aviv, ha studiato cinema, letteratura e storia tra Bologna, Berlino e Parigi. Si descrive come «uno straniero osservatore»: presente ma non completamente integrato, in una condizione ambivalente che considera oggi un privilegio. «Ogni spostamento ha significato imparare una nuova lingua, una nuova società. Questo ha alimentato la mia attenzione per le identità e per i modi in cui le comunità gestiscono la memoria», spiega.
In questa riflessione pesa anche la storia familiare. Il nonno materno, nato a Varsavia nel 1926, sopravvisse alla Shoah fingendosi cristiano dopo essere fuggito dal ghetto nazista, dove i genitori erano morti di tifo; per non destare sospetti si arruolò nell’esercito tedesco, poi disertò e si unì ai partigiani. Scoprì però di trovarsi in un gruppo antisemita che dava la caccia ai partigiani ebrei e fu costretto a fuggire ancora una volta, prima di riuscire, dopo la guerra, a lasciare la Polonia e approdare in Israele, dove cambiò nome. «La storia di mio nonno mi accompagna sempre: tutta la questione dell’identità e del fingere di essere qualcun altro, dell’essere parte di un gruppo o dell’osservare dall’esterno», racconta Gov. «I forti tentativi di far parte di un gruppo che non ti vuole, la capacità di ingannare le persone per far credere di essere qualcun altro pur di sopravvivere, lo stato di costante vigilanza perché la tua vera identità non venga rivelata».
La tensione tra appartenenza e distanza da memoria familiare diventa la lente attraverso cui leggere il presente: le identità collettive, il rapporto con il passato, i punti in cui individuo e società entrano in contrasto.
Qua il ruolo dell’arte è centrale e Gov ne sottolinea il grande potenziale: «L’arte ha la capacità di emozionare, di sollevare domande, di creare dubbi, di rendere fuori luogo o discutibile ciò che sembra inevitabile». Non si tratta solo di un discorso teorico. «Può farlo attraverso emozioni fisiche, connessioni e associazioni non verbali che le parole faticano a definire». Per questo, aggiunge, nello spazio pubblico l’arte dovrebbe «preservare, confrontare, destabilizzare e plasmare attivamente la memoria collettiva». A Magdeburgo, il rinoceronte non offre risposte. Occupa lo spazio, lo altera, costringe a una presa di posizione. È un corpo leggero che pesa come la storia: un avvertimento travestito da attrazione, una ninna nanna che diventa inquietudine. E, soprattutto, una presenza impossibile da ignorare.
Daniel Reichel
(L’installazione The Rhinoceros in the Room. Or: A Tale of Banality and Evil di Itamar Gov al Kunstmuseum di Magdeburgo)