Simona Segre Reinach ha un cognome doppio. Se lo è portato dietro tutta la vita, spesso a metà. Reinach cadde presto, difficile da pronunciare per i compagni di scuola milanesi. «Mi metteva in difficoltà sentire quel suono duro e difficile. Come se fosse troppo per me». Con il secondo matrimonio della madre, anche Segre smise di circolare in casa. «Il cognome non riusciva più a parlarmi, a dirmi chi ero. Era un fantasma, un’ombra opaca». Eppure lei continuava a tenerlo in vita, «talvolta sperando di non sentirlo più, altre volte attaccandosi come una naufraga a un salvagente».
In quel cognome tenuto in vita a fatica c’è già, in miniatura, tutto Bing Bang Bong. Una storia quasi ebraica (Skira, 2026). Un libro che si legge in un pomeriggio, con leggerezza, quasi come ci si mettesse ad ascoltare un vecchio disco. E in effetti di un disco si tratta. Bing Bang Bong è la canzone che la piccola Simona e suo padre ascoltavano a fine anni Cinquanta nel salotto di Porta Genova. La canta Sofia Loren nel film Houseboat, spensierata e ottimista, parte di quell’America dei liberatori che aleggiava nell’aria del dopoguerra milanese. Padre e figlia mettono il disco sul piatto, lei balla in mezzo al salotto «per farlo innamorare». Il padre muore quando Simona ha sei anni. La canzone resta in un limbo per decenni, parole storpiate, contesto perduto. Finché YouTube non la restituisce intera. «Bing Bang Bong è fuori da me ormai, quasi un parto. Ti voglio bene, ma vai dove vuoi, infine».
Il libro è anche un’indagine sulla «quasi ebraicità» dell’autrice, antropologa e studiosa di moda, che si definisce laica e agnostica. Della religione, spiega nelle prime pagine, le importa poco. Eppure si sente ebrea, e non sa quanto valgano «un sentimento, un desiderio, una genealogia». La nonna materna che le ha dato il nome, il nonno che abitava a Largo Quinto Alpini insieme ad altre famiglie ebraiche, i Benveniste, i Sassun. E la prozia Dina, sorella del nonno materno, ebrea sefardita di origine bulgara, che le parlava del passato, dei tempi di Roustchouk, «della comunità ladina di lingua giudeo-spagnola cui appartenevano».
Segre Reinach usa i ricordi «come materiale di pensiero, non come confessione», muovendosi «liberamente tra distacco e affezione, tra analisi e invenzione». Ogni capitolo restituisce un ricordo, una scena, un oggetto: la bambola Furga, la vita a Cambridge, il doppio cognome, l’addio alla sorella, la canzone. Diversi frammenti che, messi insieme, raccontano una famiglia, un’epoca, e una domanda valida per tutti: chi siamo, davvero?
(Immagine in alto – Galla Pilina)