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Shtisel ci parla ancora. D’amore, di fede, di perdita e del continuare a vivere

Shtisel ci parla ancora. D’amore, di fede, di perdita e del continuare a vivere

«Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore, durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero»
Es, 14,21

«È solo un ricordo. Ogni dipinto è il tentativo di trasformare il presente in un ricordo. Questo dipinto è il ricordo di un ricordo: il fanciullo sono io, ma anche mio figlio».
Akiva Shtisel, invitato da un’emittente radiofonica per un’intervista, riesce finalmente a raccogliere le idee e definisce così il centro del suo modo di fare pittura: un’operazione di trasferimento nel tempo. Non però il semplice portare sulla tela i ricordi del passato quanto piuttosto il tentativo di fissare il presente in un “zikaron”, un ricordo appunto, che in un certo modo protegga dal passare del tempo. E questo sarà quello che succederà quando la giovane moglie di Akiva, Libbi, morirà appena due mesi dopo la nascita della loro figlia Dvora: Akiva difenderà i ritratti di Libbi in modo quasi feroce non permettendo che vengano venduti nonostante il suo bisogno di soldi e portandoli sempre con sé per garantirsi la presenza di un amore perduto. “Shtisel” è un cognome: l’omonima serie televisiva di Netflix (ormai disponibile solo più sulla piattaforma Izzy TV) racconta le vicende di vita di una grande famiglia di ebrei ortodossi charedi di Geula, un sobborgo di Gerusalemme. Curata e scritta da Ori Elon e Yehonatan Induvsky, la serie permette per una volta allo spettatore occidentale di accostarsi senza il filtro di analisi politiche spesso distorte e ideologiche al mondo dell’ortodossia ebraica. La famiglia Shtisel rappresenta la nostra fragile e insicura normalità: con humor tipicamente ebraico, attorno al semplice tavolo della cucina sul quale i cibi rivestono una parte importante anche simbolica scorrono giorni solo apparentemente sempre uguali. Akiva e suo padre, il rabbino Shulem Shtisel, affrontano i gradi temi della vita umana, anche quelli che sembrano del tutto sfuggire alle nostre previsioni e alla nostra volontà: matrimoni, infedeltà, malattie, sotterfugi ma anche nascite, riuscite e successi. Il tutto senza nessuna concessione alla violenza o alle scene a sfondo sessuale, già di per se una vera rarità per le serie televisive che ne sono sempre più abitate. La serie si apre subito in un’atmosfera onirica: la madre di Akiva, Dvora, deceduta qualche anno prima, viene vista in sogno dal figlio seduta a un tavolo del ristorantino Anshin in un ambiente però interamente congelato e immerso nella luce azzurrina del ghiaccio. Il tema della morte, filtrato alla luce di una fede ortodossa che permea in profondità tutta la vita dei personaggi, è il primo che viene proposto e sarà ricorrente. Il rapporto dei vivi con i morti non è però quello di un ricordo sempre più eroso dal tempo: Shulem rivede spesso sua moglie Dvora seduta sul balcone che si affaccia sulla stretta viuzza tutta in pietra del quartiere, Akiva incontra spesso la sua amata Libbi non solo nei dipinti ma come immagine reale. Padre e figlio, così diversi e così uguali nello stesso destino di solitudine, si confrontano con le rispettive consorti anche dopo la loro scomparsa, condividono con esse le proprie decisioni e i sempre interrotti tentativi di risposarsi. Da questi confronti che vanno ben oltre il ricordo non emerge in nessun modo la oggi tanto diffusa quanto triste ottica del “rifarsi una vita”: la vita di prima non si “rifarà” mai, piuttosto nella splendida penombra quasi mistica di una Gerusalemme periferica, quieta e assorta tra sonno e preghiera potrà riprendere un fluire di giorni diversi e rispettosi verso quelli passati. E questo non senza l’accordo di chi non c’è più ma c’è ancora. Anche la madre di Shulem e di suo fratello Nuchem, il padre di Libbi da tanti anni ormai residente a Anversa, un giorno, sentendosi prossima alla morte, deciderà di lasciare la casa di riposo e si farà portare, sola, per l’ultima volta di fronte al mare, quello “yam” che nella spiritualità ebraica ha un senso così profondo e inquietante. Sarà trovata dolcemente addormentata per sempre su una panchina nella musica del fluire e refluire delle onde. «La vita è breve», dice Libbi ad Akiva in una delle sue apparizioni nello studio di pittura. «La vita è eterna», ribatte Akiva.
«Hanina, tu sei uno studioso. Segui la Torah, giusto?», chiede un rabbino al giovane marito di Ruchami Weiss, nipote di Shulem e figlia di Giti e Lippe Weiss. «Scava, scava perché in essa tutto è». «Ma che cosa devo fare?», risponde Hanina. «Io ti chiedo: cosa facciamo quando non sappiamo cosa fare? Ci immergiamo nel Talmud per una o due ore. È come immergersi in un mikveh (un bagno rituale), vedrai che alla fine saprai cosa fare». I due giovani sposi sono nell’angoscia: a Ruchami dopo una prima gravidanza nella quale ha perso il figlio e ha rischiato di morire, è stato nettamente sconsigliato di avere figli. Dopo aver scartato in extremis la possibilità di affidarsi a una madre surrogata, la giovane, inizialmente all’insaputa del marito, è rimasta nuovamente incinta con la ferma determinazione di portare a termine la gravidanza. Saputa la cosa, Hanina si reca quindi angosciato dal rabbino del suo kollel. «C’è una strada breve che è più lunga e una strada lunga che è più breve», aggiunge il rabbino. «Un’ora di Torah. Ti assicuro che ritroverai le tue paure esattamente dove le hai lasciate». Il tema della fede, della Parola di Dio e della preghiera è di centrale importanza e segna la vita di tutti i protagonisti della storia. Non una fede astratta e formale ma un credere nel quale l’aderenza esteriore ai riti e alle norme si trasforma, come nel caso di Ruchami e Hanina, in un’indicazione di vita. Pur lasciando l’uomo nella sua condizione limitata, il rapporto con Dio lo apre a soluzioni inattese, lo fa attraversare il Mar Rosso del dolore e della tentazione senza fargli perdere il significato del passaggio attraverso il deserto della strada lunga e tortuosa. Spesso i protagonisti parlano al Signore e, come succede a Lippe Weiss, il marito di Giti, vengono ascoltati a loro insaputa dagli uomini attraverso i quali riceveranno da Lui l’aiuto che cercano. Anche dopo la preghiera il mondo della famiglia Shtisel non è privo di dolore, di sofferenza e di paura, ma è cambiato dalla visita della Speranza. «Mia cara Ruchami», dice Hanina abbracciando la moglie incinta e riferendosi al figlio che porta in grembo, «se c’è anche un solo angelo per lui, un difensore, uno tra mille che ne testimoni la rettitudine, Egli lo grazierà. Noi resteremo uniti, anche se c’è solo una possibilità su mille». «Non hai più paura?», risponde Ruchami. «Certo che ho paura, ho molta paura. Avremo paura e pregheremo insieme e continueremo ad avere paura. E poi a Dio piacendo avremo un bambino o una bambina. E tu starai bene, e noi continueremo ad avere paura. Quando attraverseranno la strada, quando accadrà qualcosa, noi continueremo ad avere paura. E continueremo a pregare. Continueremo a vivere. Perché è così».

Ferdinando Cancelli

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