La carriera di Ron Arad, designer e architetto israeliano, non è stata lineare, e lui stesso non ha mai dato l’impressione di essere interessato a farla apparire tale. La parola che torna più spesso nei profili che gli vengono dedicati, incluso quello recentissimo apparso sul Forward, è “instabilità”. Ma è una parola quasi troppo comoda: il suo lavoro sembra una forma di spostamento continuo tra luoghi, materiali e sistemi produttivi che non vanno mai a coincidere del tutto con le categorie in cui vengono letti. Nasce a Tel Aviv nel 1951, studia alla Bezalel Academy di Gerusalemme, si trasferisce a Londra nei primi anni Ottanta, in un momento in cui il design europeo sta cambiando natura. L’oggetto non è più soltanto funzione, diventa linguaggio culturale e Arad entra in questo processo di trasformazione lavorando su sedute e strutture in acciaio piegato, spesso recuperato dall’industria. Oggetti che cercano una tensione tra peso, forma e uso. La sua prima stagione londinese è legata a una dimensione quasi artigianale, all’esperimento, poi arriva l’apertura verso sistemi più complessi, e soprattutto verso l’Europa continentale: negli anni Novanta apre uno studio a Como, un passaggio dentro alla filiera industriale del design europeo. In Italia Arad trova un’idea di modernità che passa attraverso l’industria del mobile, dell’automobile, del lusso. Lo showroom Maserati a Modena è uno dei primi luoghi in cui questo incontro diventa visibile: l’oggetto – l’automobile – è ciò che organizza lo spazio intorno a sé, il progetto lavora su questa inversione: lo spazio deve amplificare l’impatto del prodotto, non semplicemente contenerlo ed esporlo. Arad a Modena lavora alla costruzione di un ambiente percettivo. Pochi anni dopo arriva il progetto dell’Hotel Duomo a Rimini, e anche qui il punto è l’inserimento nel contesto: il progetto rimane in una zona intermedia dove l’intervento contemporaneo non cerca rottura né continuità piena, è una forma di interferenza controllata, che lascia il tessuto urbano leggermente “spostato” rispetto a se stesso. La fase italiana di Arad, mostra come il limite concreto sia tra oggetto e infrastruttura, tra pezzo singolo e sistema produttivo. Un’altra costante nella storia di Ron Arad è la sua capacità di attraversare ruoli diversi senza restare cristallizzato in nessuno di essi:. designer, architetto, autore di installazioni, progettista industriale, tutte categorie che lo descrivono ma che servono più a chi osserva il suo lavoro. Che però non parte da una definizione disciplinare, ma dal problema opposto: cosa succede alla forma quando entra in un sistema reale di produzione e uso? In questa prospettiva anche il riconoscimento istituzionale britannico – ha ricevuto il titolo di Commander of the Order of the British Empire (Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico), una delle più alte onorificenze civili del Regno Unito – è un ulteriore livello di esposizione in sistema che tende a stabilizzare ciò che, per sua natura, non si lascia stabilizzare facilmente. La distanza tra autore e istituzione nel caso di Ron Arad rimane costante: da una parte la tendenza a leggere il suo lavoro come coerente, dall’altra una pratica che continua a produrre scarti, ciò che caratterizza Arad è la sua continuità di metodo, più che una evoluzione stilistica. Ogni progetto è un tentativo di rimettere in discussione le condizioni del progetto stesso, di verificare fino a che punto la forma possa reggere il rapporto con il materiale, con il contesto, con l’uso. È anche per questo che il suo lavoro non si lascia riassumere in una sequenza di “fasi”. Tel Aviv, Londra, Italia, Israele, Europa industriale non sono capitoli successivi, ma punti di contatto con sistemi diversi e in ciascuno Arad non si stabilisce in via definitiva. In ogni luogo si lascia attraversare dalle logiche produttive che incontra restituendole in forma di oggetti o spazi che non coincidono mai del tutto con le aspettative iniziali. Arad mantiene una sola costante: la scelta di cercare la forma come incontro temporaneo tra materiali, usi e percezioni. Uno spazio instabile che non è né teorico né puramente tecnico in cui il lavoro di Arad continua a muoversi senza mai diventare definitivo.
a.t.
(Nell’immagine, il Design Museum di Holon, in Israele, progettato e realizzato da Ron Arad e da Bruno Asa)