Cinema

Spielberg e la memoria dello sguardo

Spielberg e la memoria dello sguardo

C’è un momento, nei film di Spielberg, in cui lo spettatore riconosce che sta per accadere qualcosa che in qualche modo conosce già. È una forma di memoria incorporata nello sguardo, come se decenni di cinema avessero insegnato a individuare il punto esatto in cui il mondo cambia stato, prima ancora che il cambiamento avvenga davvero. Disclosure Day, thriller di fantascienza sceneggiato da David Koepp, parte da questa sensazione ma invece di aggiungere un nuovo capitolo alla grammatica del contatto con l’altro la ripiega su se stessa: non perché Spielberg si cita, ma perché non è più così chiaro dove finisce l’esperienza e dove inizia il suo archivio. Le immagini arrivano da un repertorio di forme già viste, interiorizzate. In questo senso il film racconta la ripetizione di un contatto. Così, gli alieni, le istituzioni, la crisi della verità pubblica diventano la superficie visibile di un meccanismo più antico: quello per cui ogni rivelazione, nel cinema di Spielberg, è sempre anche una lezione sul modo in cui la rivelazione si rappresenta. Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) costruiva il contatto come apprendimento di un linguaggio che non apparteneva ancora all’umano, una grammatica sonora fragile ma condivisibile. In E.T. l’extraterrestre (1982) il problema diventava la possibilità di ospitare l’alterità lasciandola vivere dentro una forma di cura più che di comprensione. Con La lista di Schindler (1993) la frattura si fa definitiva: vedere non coincide più con salvare, e la memoria entra in scena quando l’evento ha già consumato la propria realtà. In Munich (2005) la verità si moltiplica in una catena di interpretazioni che si logorano a vicenda, mentre in Minority Report (2002) la visione diventa preventiva, e quindi già colpevole perché conoscere il futuro significa già averlo neutralizzato. Disclosure Day lascia convivere tutti gli elementi di questa sequenza nello stesso spazio, senza gerarchia, fino a produrre una saturazione dello sguardo in cui non esiste più differenza tra ciò che accade e ciò che è già stato visto accadere. La lettura più interessante che emerge attorno al film non insiste sulla trama ma su questo effetto di ritorno: Spielberg mette in scena il modo in cui il suo stesso cinema ha insegnato a immaginarlo. Non c’è più un esterno da cui la rivelazione proviene quanto una memoria interna delle forme con cui la rivelazione è stata storicamente resa visibile. Il contatto non è un evento, è un riconoscimento sempre ambiguo: arriva con la sensazione di qualcosa di nuovo che però non riesce a liberarsi dalla sensazione opposta, quella di qualcosa che si è già visto. 

Dentro questa dinamica si apre una questione che attraversa molte delle letture ebraiche contemporanee del cinema di Spielberg senza bisogno di trasformarlo in allegoria: il rapporto tra memoria e immagine è instabile, mai pacificato, la memoria, nei suoi film, non è mai un archivio neutro. È tensione continua tra ciò che può essere ricordato e il fatto che ogni atto di visione modifica ciò che viene ricordato. L’immagine riattiva il passato e nel riattivarlo lo altera. Disclosure Day porta questa dinamica a un punto di saturazione. La rivelazione attraversa il mondo senza soluzione di continuità, e non esiste più un prima e un dopo, perché ogni evento è già inserito dentro una catena di altri eventi simili, precedenti, sovrapposti. Anche lo sguardo europeo, quello che attraversa la critica culturale ebraica tedesca e centroeuropea quando incontra Spielberg come figura dell’immaginario contemporaneo, si inserisce qui spostando l’accento sulla fragilità del linguaggio come strumento di traduzione dell’esperienza più che sulla gestione politica della verità. Il punto è riconoscere che la traduzione non è mai trasparente, il linguaggio non stabilizza la rivelazione, la espone a una perdita che non è accidentale bensì strutturale. Il film si allontana dall’idea classica di fantascienza, l’alieno non è un’altra forma di vita, né un simbolo dell’alterità, è un dispositivo narrativo e rende visibile il divario interno tra esperienza e comprensione. Rappresenta ciò che non si lascia completamente integrare nel sistema dello sguardo umano. Eppure, a differenza di molte narrazioni contemporanee sulla crisi della verità, Spielberg non trasforma questo divario in cinismo, non c’è rinuncia alla comprensione, è una continua rinegoziazione delle sue condizioni. Disclosure Day parla sì del presente come crisi della verità, ma soprattutto del cinema come forma che ha perso la propria innocenza epistemologica. Spielberg mostra il momento in cui il mondo si riconosce come già rivelato troppe volte attraverso film, immagini, linguaggi che hanno progressivamente reso familiare ciò che avrebbe dovuto restare irriconoscibile. È una condizione senza nostalgia – non esiste un’origine a cui tornare – e senza distopia perché non c’è un collasso finale. C’è soltanto la persistenza di uno sguardo che continua a funzionare anche quando ha perso la possibilità di credere nella propria trasparenza. Se resta una forma di etica, essa riguarda il modo in cui si resiste alla tentazione di chiudere ciò che si vede dentro una spiegazione definitiva, coincide con la sospensione dell’appropriazione del senso. Il cinema di Spielberg continua a parlare a una sensibilità ebraica contemporanea intesa come forma di attenzione: la consapevolezza che la visione non coincide mai con il possesso di ciò che si è visto, e che ogni rivelazione presa sul serio lascia qualcosa che continua a lavorare, sotto la superficie delle immagini.

Ada Treves

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