Animazione

Chez Maurice, tra memoria e leggenda

Chez Maurice, tra memoria e leggenda

Il cortometraggio d’animazione Maurice’s Bar, firmato dagli israeliani Tom Prezman e Tzor Edery, ricostruisce una storia fatta quasi solo di frammenti: voci, documenti di polizia, tracce biografiche disperse. Al centro, la figura di Moïse Zekri, detto Maurice, ebreo algerino che nel 1906 apre a Parigi uno dei primi bar apertamente queer della città. La narrazione procede per stratificazioni successive: ciò che si dice di lui, ciò che resta nei margini degli archivi, quello che rimane nella memoria collettiva. L’animazione assume una funzione quasi archeologica, e la precisione storica vi convive con la necessità di colmare vuoti. Il bar diventa un luogo insieme reale e ricostruito, attraversato da dandy, travestiti e drag queen in una Parigi di inizio Novecento in cui l’omosessualità non è più formalmente reato ma continua a essere sorvegliata e perseguita sotto l’accusa di “outrage public à la pudeur”. La chiusura del locale nel 1909, si legge su Tenoua, segna la fine di uno spazio e l’inizio della sua trasformazione in leggenda, mentre la vicenda personale di Maurice si chiude ad Auschwitz, nel 1942. Il film insiste sull’intersezione tra identità ebraica, origine maghrebina, marginalità sessuale e migrazione come condizioni sovrapposte e simultanee che impediscono qualsiasi riduzione univoca del personaggio. E anche la scelta del punto di vista riflette questa complessità: gli autori esplicitano l’impossibilità di entrare nella coscienza di Maurice, data l’assenza di testimonianze personali, e optano per uno sguardo mediato da figure secondarie, tra cui una ex drag queen che rievoca il passato durante un viaggio in treno, in un presente sospeso. La memoria emerge come dispositivo narrativo instabile, costruito su ciò che altri ricordano o credono di ricordare: alcune informazioni provengono da archivi e racconti, pur frammentari, altre vengono integrate con elementi simbolici – i tatuaggi che nel film diventano segni di appartenenza e anticipazione della violenza concentrazionaria. La scelta stilistica della gravurerafforza la dimensione di documento immaginato, il tratto grafico suggerisce la stratificazione più che la ricostruzione fedele del tempo: in animazione la gravure si traduce nell’idea di “disegno inciso”, l’immagine si costruisce come segno scavato su una superficie (reale o simulata digitalmente), fotogramma per fotogramma, ottenendo un movimento che sembra emergere dalla materia più che scorrere sulla pagina. Nel processo di realizzazione gli autori si sono confrontati anche con lo sguardo esterno, e in particolare con la diffidenza provocata dall’idea stessa che una équipe israeliana possa raccontare una vicenda così profondamente radicata nella storia francese. In risposta una sorta di rivendicazione della circolazione delle memorie: l’appartenenza non coincide con il diritto esclusivo alla narrazione. Il film si muove tra la ricostruzione di un luogo perduto e la riflessione sul modo in cui le storie marginali vengono trasmesse, distorte o dimenticate, un doppio piano di riflessione. Maurice’s Bar riporta alla luce una figura storica mentre interroga il funzionamento stesso della memoria culturale europea: ogni tentativo di ricomposizione resta inevitabilmente parziale, e necessario.

Ada Treves

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