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Bokertov 19 giugno 2026

Bokertov 19 giugno 2026

Dopo la firma dell’accordo Usa-Iran, dopo le parole anche sprezzanti usate in pubblico da Donald Trump e dal suo vice JD Vance, Israele si sente tradito. Lo scrive Repubblica, segnalando come dietro le quinte, tra chi governa, stiano covando rabbia e frustrazione «per il fastidio con cui Trump e soci stanno trattando gli storici alleati». E se per il momento «Bibi sceglie l’understatement e preferisce non replicare alle parole più dure e umilianti, per lui e per lo Stato ebraico», da più ambienti, ufficiali e non, «emerge incredulità» e «si cercano spiegazioni, per le affermazioni prima ancora che per i toni, che non si trovano fra quelle che appartengono alla sfera della razionalità», riporta La Stampa. «Nessuno è come Trump. E nessun premier israeliano, prima di Netanyahu, ha lasciato in questo modo le chiavi della nostra politica di sicurezza nelle mani della Casa Bianca», dichiara a Repubblica l’ex ambasciatore israeliano Nimrod Novik. «Detto ciò, negli ultimi tre anni si sono erosi i tre pilastri della nostra special relationship: il senso dei valori condivisi, il senso dei comuni interessi e il sostegno bipartisan. Qualcosa è cambiato davvero», aggiunge il diplomatico. E se per molti analisti la vittoria negoziale dell’Iran è netta, c’è anche chi non la pensa così. «Teheran è al punto più basso dal 1979», sostiene l’ex esperto della Cia e al Pentagono, Matthew Kroenig, intervistato dalla Stampa. «Il suo programma nucleare è svanito, la Marina sparita, così come l’Air Force, le difese aeree anche. Il programma di droni e missili balistici fortemente degradato e le scorte ridotte». Meno ottimista Danilo Taino, che firma l’editoriale di prima pagina del Corriere della Sera sotto al titolo “Occasioni sprecate”: l’attacco contro il regime oscurantista e desideroso di armi nucleari dell’Iran «doveva essere l’ultimo atto di una nuova realtà mediorientale, più stabile, senza terrore» ma «il presidente americano l’ha buttato via». Su Avvenire, l’ambasciatore Francesco Talò sottolinea: «Più che pace c’è forse appeasement, parola che evoca l’accordo di Monaco tra le potenze europee e la Germania nazista nel 1938 e che tradurrei in accomodamento».

«Israele resta l’unico paese che può fare qualcosa per evitare che uno stato sponsor del terrorismo torni a esercitare la sua influenza in Medio Oriente, provando a rivitalizzare i suoi proxy, da Hezbollah agli houthi passando per le milizie sciite dell’Iraq, e per evitare che un regime islamista possa essere dotato in futuro di un’arma nucleare», scrive Claudio Cerasa sul Foglio. «Israele lo può fare grazie a tutto quello che spaventa l’Occidente, ipocrita, pigro e autolesionista». Secondo Pierluigi Battista (Il Riformista), l’accordo è una sconfitta storica per l’Occidente «e tra cento anni, se qualcuno scriverà ancora libri di storia, potrebbe raccontare che dopo il secolo dell’egemonia americana arrivò il momento in cui la Repubblica islamica dell’Iran riuscì a piegare e umiliare gli Stati Uniti e Israele». Questa, a suo dire, «è la dimensione della sconfitta». Per Libero, «ora i pasdaran rialzeranno la testa e ci ricatteranno». Il Tempo, amaro, ironizza: «Ahi ahi Trump, pure un Pnrr per gli ayatollah»

Si parla di Israele anche in altri ambiti. «L’instabilità geopolitica crea indubbiamente incertezza per gli investitori internazionali e ostacola la collaborazione accademica», dice al Riformista il fondatore e ceo della piattaforma “Innovate Israel”, Itai Green. «Tuttavia, il Paese ha dimostrato di saper adattarsi, continuando a produrre tecnologia critica», Per Green, «il vero rischio è l’isolamento culturale, che combattiamo mantenendo aperti i canali di dialogo professionale nonostante il clima ostile».

Il Corriere, tra gli altri, segnala l’allarme sulla diffusione dell’odio social lanciato da Liliana Segre durante un incontro in Senato sul contrasto all’hate speech nel discorso pubblico. Come ha ricordato la senatrice a vita, si tratta di un tema che investe «la qualità delle nostre democrazie e della vita civile nel nostro continente».

Su Avvenire, Gabriele Nissim scrive di «un allestimento sui Giusti dello sport che sono stati protagonisti di grandi battaglie sui diritti umani» presentato alle Nazioni Unite da Gariwo, l’organizzazione di cui è presidente, insieme alla missione permanente italiana al Palazzo di Vetro e al dipartimento per la prevenzione del genocidio.

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