I quotidiani ricostruiscono la giornata caotica di ieri dei colloqui di Lucerna tra Washington e Teheran: le due delegazioni siedono nella stessa stanza per oltre un’ora, il vicepresidente Usa JD Vance parla di «grandi progressi» e di voler «cambiare le relazioni in Medio Oriente in modo permanente», «poi il presidente americano Donald Trump irrompe da Camp David con una serie di minacce via social», scrive La Stampa: «Se non fermate Hezbollah e non aprite lo Stretto di Hormuz, non avrete più un Paese dove tornare». La delegazione di Teheran si è alzata dal tavolo in segno di protesta, poi le trattative sono riprese. I primi scambi si sono concentrati sul 13esimo punto del memorandum, riporta Repubblica, che rimanda ai nodi più spinosi: Libano, Hormuz, sanzioni e fondi congelati. Il quotidiano cita poi l’intervista di Trump a Fox News in cui ha dichiarato di valutare di mettere la Siria in condizione di intervenire nel Libano meridionale contro Hezbollah, perché l’esercito israeliano non è in grado di «fare nulla senza abbattere edifici». Trump, prosegue Repubblica, «che nei giorni scorsi ha criticato Netanyahu perché mette a rischio l’accordo di pace, ha aggiunto di essere deluso perché lo Stato ebraico non riesca a “sradicare” Hezbollah». Una fonte legata ai pasdaran, aggiunge il Giornale, ha dichiarato: «La nostra opzione principale è il campo del jihad, non i negoziati» e che eliminare Israele resta un obiettivo.
Hezbollah e Israele «sono i convitati di pietra al tavolo dei colloqui tra Stati Uniti e Iran, dove i due rivali fanno sentire il loro peso nonostante la loro assenza», spiega La Stampa. Gli scontri che continuano nel Libano meridionale nonostante la tregua decisa nei giorni scorsi, prosegue il quotidiano torinese, «sono la principale causa che ieri ha ulteriormente inasprito il già difficile dialogo tra le due parti in causa». Da un lato Israele, che per bocca del suo primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito la volontà di rimanere nel sud del Paese dei Cedri «per tutto il tempo necessario a proteggere i residenti del nord e tutti i cittadini». E ha aggiunto: «Il rapporto delle vittime in Libano è di un civile colpito ogni cinque terroristi. È incredibile, dovremmo essere elogiati, non condannati. E non permetterò mai all’Iran di dotarsi di armi nucleari»; dall’altra il movimento terroristico legato a Teheran, che attraverso il suo leader, Naim Qassem, ha definito «impossibile» lo scenario paventato dallo storico nemico.
Nel Libano meridionale si trovava negli scorsi giorni il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, per un’analisi sul campo: «Il cessate il fuoco dichiarato è fragile e dobbiamo mantenere un alto livello di prontezza per l’eliminazione delle minacce che si presentano e per una rapida transizione alla ripresa delle operazioni, se necessario». Le Idf, scrive Repubblica, sarebbero convinte che Hezbollah sia in una «situazione molto difficile» e l’unica apertura ipotizzata ieri, riportata dal Canale 12, vedrebbe l’esercito ritirarsi da alcune zone comunque fuori dalla Linea gialla che delimita l’occupazione israeliana nel sud del Libano, come la fortezza del Beaufort. Se ne parlerà da domani, conclude il quotidiano, a Washington nel quinto round dei negoziati tra Beirut e Gerusalemme.
Secondo un sondaggio dell’Istituto Agam, il 92% degli israeliani ritiene che l’Iran sia uscito vittorioso dalla guerra, l’83% dice che il Paese è meno sicuro e il 48,2% sostiene una rinnovata azione militare contro Hezbollah, anche a rischio di uno scontro con Trump. Il sondaggio è citato da Repubblica. Al Giornale Eytan Gilboa, esperto di relazioni Usa-Israele e fondatore della Scuola di Comunicazione dell’Università Bar-Ilan di Tel Aviv, esclude una ripresa del conflitto su larga scala: «Le possibilità sono molto basse, direi al 10%». Sul memorandum, Gilboa è critico: «Gli iraniani si sono mostrati negoziatori di gran lunga migliori di Trump. Cercava una capitolazione del regime, ma il memorandum che ha siglato è una capitolazione alle richieste iraniane». Sulle minacce di Trump: «Non sono più credibili. Siamo al punto in cui lui crede alle minacce iraniane ma gli iraniani non credono alle sue». Sul Libano, l’esperto israeliano poi chiarisce: «Hezbollah non è un movimento veramente libanese. È un agente iraniano che ha preso in ostaggio la popolazione libanese».
A Milano manifestanti propalestinesi si sono riuniti sabato per protestare contro la conferma delle misure cautelari per gli uomini accusati di inviare denaro ad Hamas, riporta il Giornale. Da quando Mohammad Hannoun è in carcere, a prendere il microfono è Mohamed Anwar: «Oramai Hannoun è nato dentro ognuno di noi, ognuno di noi è Mohammad Hannoun». Il quotidiano segnala anche le parole del predicatore torinese Brahim Baya, che sul proprio canale YouTube ha affermato che la fine di Israele «non solo è possibile, ma è la condizione necessaria perché si costruisca finalmente una pace giusta». A Trieste un corteo di 300 persone con 42 sigle aderenti, tra cui Avs e Cgil, ha sfilato il 19 giugno paralizzando per ore il centro città. Ne parla il Giornale in un altro approfondimento. Dal palco, il portavoce di Antitesi Tito De Toni ha definito Hamas ed Hezbollah «partigiani palestinesi e libanesi» che «incarnano la Resistenza», mentre i manifestanti imbrattavano i muri con scritte Antifa e lanciavano insulti contro il sindaco e il governatore di centrodestra.
«Tutti i concorrenti di Bibi vogliono fare come lui e meglio di lui», titola il Foglio, riassumendo l’editoriale di Giuliano Ferrara: chiunque sostituisca Netanyahu alle elezioni di ottobre – Gadi Eisenkot, Yair Lapid, Yair Golan o Naftali Bennett – perseguirà gli stessi obiettivi di sicurezza, perché «la guerra per sradicare Hamas e Hezbollah, e la lunga campagna contro il nucleare iraniano, non sono crimini ma atti politici consapevoli in nome della sicurezza di un popolo minacciato di estinzione violenta». I concorrenti del primo ministro non gli rimproverano la direzione della guerra contro Iran e Hezbollah, ma il non essere riuscito a centrare gli obiettivi: «Dicono che si è fatto fottere da Trump con l’accordo di resa agli ayatollah». «La guerra senza testimoni che divora Gaza e Cisgiordania», titola un’analisi di Anna Foa su La Stampa: «Lontano dagli occhi del mondo si muore tra bombe, fame, sete e repressione», si legge.
Nicolae Galea, presidente dell’Osservatorio Israele, ha denunciato una aggressione sulla Metro B di Roma alla fermata Colosseo. Galea ha raccontato di essere stato colpito con un pugno da un uomo che, prima di scendere dal vagone, ha urlato una frase antisemita. Galea, scrive Libero, ha sporto denuncia e commentato: «Non è stata soltanto l’aggressione a colpirmi, ma anche l’indifferenza di chi ha assistito alla scena senza intervenire. Non rinuncerò a indossare la kippah, la mia identità».
Il Foglio pubblica una selezione del dialogo tra Erri De Luca e Maurizio Molinari al festival Ebraica di Roma. Sul sionismo, De Luca è netto: «L’espansionismo non ha niente a che vedere con il sionismo. Sionismo significa semplicemente riconoscere il fatto che Israele ha quello Stato e sta bene. Chi dice che ci devono essere due stati è automaticamente sionista. Chi non è sionista? Chi è antisionista è Hamas». Su Gaza: «La soluzione del popolo palestinese passa principalmente dal disarmo di Hamas e dalla possibilità che il popolo palestinese possa fare libere elezioni».