Iran

Ebrei sotto controllo, anche al telefono

Ebrei sotto controllo, anche al telefono

La vita dei pochi ebrei rimasti in Iran è ormai sotto sorveglianza costante, e anche le conversazioni familiari più ordinarie diventano un rischio. A raccontarlo è un reportage di Simone Saidmehr che per il Forward ha ricostruito l’intensificarsi della pressione del regime attraverso testimonianze raccolte soprattutto tra gli ebrei iraniani emigrati negli Stati Uniti. Tema centrale il riflesso quotidiano del conflitto su chi, in Iran, vive una condizione di doppia esposizione: cittadini di uno Stato sotto stress e minoranza religiosa sottoposta a uno scrutinio aggiuntivo. Una iraniano-americana che cerca di mantenere i contatti con i genitori rimasti in Iran descrive telefonate ridotte a un minuto per volta per la paura di intercettazioni e conseguenze, non solo per il costo elevatissimo delle comunicazioni internazionali. In una di queste chiamate, racconta, ha percepito qualcosa di anomalo, come se la madre stesse leggendo da un testo preparato e in seguito ha scoperto che alcuni pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, erano entrati nell’abitazione dei genitori, li avevano interrogati sui contatti con numeri americani e imposto l’uso di un’app di messaggistica locale, controllata dalle autorità. I suoi genitori si sarebbero rifiutati di obbedire ma sarebbero stati comunque costretti a riprendere i contatti seguendo istruzioni precise, in un contesto di vigilanza diretta. La comunità ebraica iraniana di oggi è solo un frammento di una presenza un tempo molto più ampia, ridottasi progressivamente dopo la Rivoluzione islamica nel 1979. Le testimonianze raccolte da Saidmehr insistono sulla necessità di esibire pubblicamente lealtà al regime per evitare sospetti di collaborazione con Israele, un’accusa che nella storia recente ha avuto conseguenze gravi, che sono arrivate fino alla detenzione e in alcuni casi, pare, alle esecuzioni. Ci sono poi le rappresentazioni pubbliche organizzate in sinagoghe a Teheran, eventi commemorativi in onore di figure apicali del regime cui i membri della comunità avrebbero partecipato nel tentativo di preservare una posizione di relativa sicurezza. Secondo alcuni analisti sono forme di adattamento obbligato, inserite in un sistema in cui la sopravvivenza sociale ed economica passa attraverso la dimostrazione di fedeltà politica. Anche l’economia è fortemente integrata con lo Stato, il lavoro e l’accesso alle opportunità possono dipendere da prove di lealtà al regime. In parallelo, il conflitto in corso e le interruzioni delle comunicazioni hanno reso ancora più rare e controllate le conversazioni tra l’Iran e la diaspora, contatti che spesso sono limitati a verifiche essenziali sullo stato di salute dei familiari. La comunità è sospesa tra la fragilità infrastrutturale del Paese, e un sistema di sorveglianza interna che trasforma ogni legame transnazionale in un potenziale elemento di sospetto. La vita quotidiana degli ebrei in Iran si è ridotta a una sequenza di precauzioni, in un costante tentativo di proteggere la semplice incolumità personale.

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