«Perchè il 17 di Tamuz piangiamo ricordando tra l’altro che Mosè ruppe le Tavole della Legge quando scese dal Monte Sinai, dopo aver visto i figli d’Israele adorare il vitello d’oro?. La vera tragedia non è forse il fatto che Israele avesse commesso un peccato così terribile? La rottura delle Tavole non era forse solo la conseguenza del loro peccato, e non la tragedia in sé?». Così un lettore di Aish, al quale risponde rav Dovid Rosenfeld.
È un’osservazione eccellente. Lei ha ragione nel dire che la vera tragedia fu il peccato di Israele e che, semmai, Mosè era pienamente giustificato nel rompere le Tavole una volta che vide quanto il popolo fosse diventato indegno di possederle. Ciononostante, i Saggi (Mishnah Ta’anit 4:6) furono piuttosto precisi nel loro linguaggio quando indicarono la rottura delle Tavole come la tragedia che commemoriamo in occasione dello Shiva Asar b’Tamuz. (Si noti inoltre che il vitello d’oro stesso fu costruito il 16, il giorno prima del ritorno di Mosè, sebbene Aaron fosse riuscito a ritardarne l’adorazione fino alla mattina seguente, il 17. Si veda Esodo 32:1-6).
La ragione di ciò risiede nel fatto che nei giorni di digiuno del nostro calendario non ci limitiamo a piangere tragici eventi del passato. Piangiamo quegli eventi che ancora oggi ci riguardano, che hanno alterato in modo permanente e irreparabile il nostro rapporto con D-o. E da questa prospettiva, la frantumazione delle Tavole è l’evento concreto che, più di ogni altra cosa, tragicamente ci accompagna ancora oggi.
Quando Mosè frantumò le Tavole, non lo fece semplicemente per esprimere la propria ira. Aveva in mente un calcolo ben preciso. Le Tavole rappresentavano un contratto tra D-o e Israele. I Saggi lo paragonano alla Ketubah – un contratto matrimoniale (cfr. Midrash Tanchuma Ki Tisa 39, citato in Rashi su Esodo 34:1). Se Mosè avesse consegnato le Tavole a Israele, saremmo stati “sposati” con D-o. E allontanarci così immediatamente verso l’idolatria sarebbe stato equivalente a essere infedeli al proprio coniuge subito dopo il matrimonio.
Mosè distrusse quindi le Tavole – l’equivalente di strappare il documento matrimoniale. Ciò salvò i figli d’Israele. In una certa misura, non eravamo più il popolo di D-o – e di conseguenza non eravamo altrettanto colpevoli di un’infrazione così grave.
L’atto di Mosè ci salvò quindi dalla distruzione immediata, ma allo stesso tempo rischiò di compromettere il nostro status di nazione eletta di D-o. Mosè dovette pregare per altri 40 giorni per scongiurare completamente la distruzione della nazione, e poi trascorrere altri 40 giorni per ricevere nuovamente la Torah sul Sinai. Solo al termine di tutto questo periodo Mosè scese con le seconde Tavole nel giorno di Yom Kippur e D-o ci riaccettò pienamente come Sua nazione.
Nonostante questo «lieto fine», nel corso di quel processo si è perso molto. Il Talmud ci insegna che, se avessimo conservato le prime Tavole, nessuno avrebbe mai dimenticato nulla della Torah che aveva studiato (Eiruvin 54a). Le prime Tavole rappresentavano un rapporto con D-o molto più elevato e puro – a differenza delle seconde, che per certi versi assomigliano a un secondo matrimonio.
Ecco perché piangiamo la rottura delle Tavole piuttosto che il peccato del vitello d’oro. Per quanto grave fosse il peccato, ciò che ha veramente alterato il nostro rapporto con D-o fino ad oggi è stata la rottura delle Tavole da parte di Mosè. Era necessaria e, in realtà, è stata ciò che ci ha salvati, ma in un certo senso è stata più direttamente la causa del nostro lutto il 17 di Tamuz.
(Nell’immagine, Mosè frantuma le Tavole della Legge, xilografia di Julius Schnorr van Carolsfeld, 1794-1872)