Regno Unito

Ed Miliband, figlio di sopravvissuti alla Shoah, è il nuovo ministro degli Esteri

Suo fratello David aveva guidato il Foreign Office dal 2007 al 2010

Ed Miliband, figlio di sopravvissuti alla Shoah, è il nuovo ministro degli Esteri

Nelle elezioni britanniche del 2015 Ed Miliband era a un passo dalla storia: avrebbe potuto diventare il primo ebreo a guidare il governo del Regno Unito. Il mondo ebraico d’Oltremanica guardava però a quel traguardo con freddezza: secondo un sondaggio del Jewish Chronicle, solo il 22% degli ebrei britannici lo avrebbe votato, contro il 69% per il conservatore David Cameron, considerato più vicino alle ragioni di Israele. Miliband perse e si dimise. Undici anni dopo è tornato in prima fila: il 20 luglio il neopremier Andy Burnham, succeduto a Keir Starmer, lo ha nominato ministro degli Esteri. «Lavoreremo senza sosta per una pace sostenibile in Palestina e in Israele, per porre fine alle terribili sofferenze della popolazione di Gaza e garantire sicurezza agli israeliani», ha dichiarato, citando anche la necessità di chiudere la guerra in Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz.

Figlio di rifugiati, leader del Labour
Nato a Londra nel 1969, Miliband è figlio di due profughi ebrei. La madre Marion Kozak arrivò in Gran Bretagna nel 1947, dopo aver trascorso la guerra in Belgio sotto falso nome mentre altri familiari venivano assassinati nella Shoah. Il padre Ralph, teorico marxista tra i più influenti del Novecento, era sbarcato nel 1940 su una delle ultime navi di rifugiati dal Belgio. «I miei genitori arrivarono qui come rifugiati ebrei in fuga dal nazismo. Per loro la Gran Bretagna fu insieme un rifugio e un faro di speranza nella lotta contro il fascismo», ha ricordato Miliband, aggiungendo di portare con sé «la fiducia dei miei genitori in quello spirito britannico nel mio ruolo di rappresentante del nostro Paese».
Cresciuto nella North London laica e intellettuale, entra in Parlamento nel 2005. Cinque anni dopo sfida il fratello David e vince, diventando il primo ebreo alla guida del partito. Dopo la sconfitta del 2015 lascerà il Labour in mano a Jeremy Corbyn, con cui si aprirà una stagione segnata da casi di antisemitismo interno e attacchi contro Israele.

Identità ebraica e Israele
«Non sono religioso. Ma sono ebreo. Il mio rapporto con la mia ebraicità è complesso. Ma di chi non lo è?», scriveva Miliband sul New Statesman nel 2012. Due anni dopo visitò Israele: incontrò il primo ministro Benjamin Netanyahu, depose una corona a Yad Vashem e parlò del «profondo senso di gratitudine» verso lo Stato ebraico per aver accolto la nonna materna; disse di sostenere il concetto di «patria per il popolo ebraico», ma criticò gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Sempre nel 2014, in un incontro con i giornalisti, Miliband, interrogato dal Guardian, evitò per tre volte di definirsi sionista, nonostante in precedenza si fosse dichiarato tale. Nello stesso anno, davanti ai Labour Friends of Israel, difese la soluzione a due Stati, definì i boicottaggi anti-israeliani «la risposta sbagliata» e promise di opporsi all’isolamento dello Stato ebraico. Se fosse diventato premier, concluse, lo sarebbe stato con orgoglio «da amico di Israele, da ebreo».

Gaza e la rottura con la comunità ebraica
Poche settimane dopo, durante l’operazione delle Idf a Gaza “Margine protettivo”, il tono cambiò. Miliband definì Hamas un’organizzazione terroristica e riconobbe il diritto di Israele all’autodifesa, ma attaccò Cameron per non essersi opposto all’operazione a Gaza e per il silenzio sulle vittime civili palestinesi. Le azioni israeliane, dichiarò, erano «sbagliate e ingiustificabili». In ottobre votò la mozione non vincolante per il riconoscimento della Palestina. Le due istituzioni ebraiche principali del Paese, il Board of Deputies of British Jews e il Jewish Leadership Council, lo accusarono di ignorare l’ideologia e le azioni di Hamas. I suoi collaboratori respinsero l’accusa: essere ebreo e amico di Israele, osservò il consigliere di Miliband, Stewart Wood, non impedisce di criticare il governo israeliano.

Le critiche da sinistra
Oggi Miliband arriva al Foreign Office – incarico ricoperto dal fratello David tra il 2007 e il 2010, sotto il premier Gordon Brown – in un contesto di rapporti delicati tra Londra e Gerusalemme. Nel settembre 2025 il governo Starmer ha riconosciuto lo Stato di Palestina e il nuovo premier Burnham ha promesso una linea più dura verso Israele, scusandosi per come il Labour aveva reagito all’inizio della guerra a Gaza. Per una parte della sinistra britannica, però, non basta: il leader dei Verdi Zack Polanski ha attaccato la dichiarazione con cui il nuovo capo della diplomazia britannica ha accettato l’incarico, rimproverandogli di non essere arrivato a definire Israele «aggressore genocida», e chiedendo un embargo totale sulle armi per Gerusalemme.

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