«Lavoriamo a un accordo che porti alla pace con Israele». È la frase del presidente siriano Ahmed al-Sharaa che campeggia questa mattina in prima pagina su Yedioth Ahronoth, principale testata israeliana. Sotto il titolo, il riassunto delle posizioni del leader siriano: colloqui mediati da più Paesi, il nodo irrisolto del Golan, il no a un intervento in Libano. A un anno e mezzo dalla caduta di Bashar al-Assad, al-Sharaa, con un lungo passato da jihadista al vertice della filiale siriana di al-Qaeda, è ormai un interlocutore che Gerusalemme osserva con attenzione, tra aperture storiche e molte cautele.
Un’intesa che porti alla pace
In un’intervista alla rete qatariota Al Jazeera, il presidente ad interim siriano ha rivelato che Damasco lavora attivamente a un accordo di sicurezza con Israele, con la partecipazione di alcuni altri Paesi. «Spero che questo accordo non sia solo un’intesa circoscritta», ha affermato, ma possa rappresentare una «porta d’accesso a una pace globale» tra i due vicini, che non hanno rapporti ufficiali e sono formalmente in guerra. I negoziati, con mediazione americana, puntano a rilanciare l’accordo di disimpegno del 1974 e a ottenere il ritiro delle forze israeliane dalla zona cuscinetto occupata dopo la caduta di Assad.
Un’intesa con Israele, ha precisato al-Sharaa, non verrà a scapito della rivendicazione di Damasco sulla sovranità nel Golan, che Israele conquistò nel 1967 e in seguito annesse. «Non abbiamo alcun interesse in uno scontro con Israele», ha sottolineato il leader siriano. «E cerchiamo di evitarlo», ribadendo di preferire un’intesa di sicurezza capace di aprire la strada a una soluzione più ampia.
Sul Libano, al-Sharaa ha respinto di nuovo l’ipotesi, più volte rilanciata dal presidente Usa Donald Trump, di un intervento militare siriano contro Hezbollah. Damasco intende sostenere il governo di Beirut nei suoi tentativi di disarmare il gruppo terroristico sostenuto dall’Iran, ma senza impegnarsi militarmente. «Le armi e le decisioni su guerra e pace» devono restare competenza esclusiva dello Stato libanese, ha aggiunto, per poi avvertire: «Ogni deterioramento o caos in Libano avrebbe conseguenze dirette e immediate anche sulla Siria», con il rischio di un’espansione del conflitto, che porterebbe «a un grave collasso regionale».
Al-Sharaa si è soffermato anche sulla condizione economica del Paese, avvertendo che «la sola revoca delle sanzioni non è sufficiente». Le misure imposte a Damasco da Stati Uniti e alleati durante gli anni della guerra civile sono state in gran parte allentate dopo la caduta di Assad, ma perché il passo produca un reale miglioramento, ha spiegato, «la Siria deve essere rimossa anche dalla lista degli Stati sostenitori del terrorismo», in cui figura da decenni. Finché Damasco resterà in quell’elenco, ha aggiunto, «la fine delle sanzioni non consentirà una piena ripresa economica».
L’economia siriana
Dietro le aperture diplomatiche resta un Paese segnato da molti punti interrogativi. A tracciarne un quadro sono gli analisti dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, Noam Beinstock e Carmit Valensi, che parlano di un profondo paradosso: sul fronte estero il governo di al-Sharaa incassa riconoscimenti e promesse di investimenti da Golfo, Turchia, Stati Uniti ed Europa; sul fronte interno, «il quadro è più desolante», segnato da tensioni etniche, minacce alla sicurezza e una crisi economica che sta diventando la principale fonte di pressione socio-politica sul nuovo esecutivo.
I numeri restituiscono la dimensione della crisi. La Banca Mondiale ha stimato in 216 miliardi di dollari i costi della ricostruzione, contro un prodotto interno lordo prebellico di appena 67 miliardi. Il prodotto pro capite è crollato da circa 1.550 dollari nel 2011 a 670 nel 2022, e se il dato ufficiale sulla disoccupazione parla del 13%, il ministro dell’Economia ha ammesso che quello reale è vicino al 60%. Una crisi che erode il consenso: se a febbraio il 63% dei siriani credeva che il Paese andasse nella direzione giusta, ad aprile solo il 13% riteneva che il governo stesse facendo abbastanza contro il caro-vita.
La sfida, avvertono i due ricercatori, non è solo reperire capitali. La capacità della Siria «di costruire un’infrastruttura solida per la crescita economica, e non solo di attrarre investimenti, sarà ciò che determinerà il destino dell’economia del Paese» e, in larga misura, la sua stabilità. La vera incognita «non è solo chi finanzierà la ricostruzione della Siria, ma quale economia verrà costruita lì: aperta e competitiva, o clientelare come in passato, soltanto sotto una nuova leadership».
Per Israele, osservano i due ricercatori, altro fattore determinante sarà «la natura del regime»: più legato all’islamismo radicale oppure vicino a un orientamento moderato. Gerusalemme, aggiungono, «dovrebbe anche vigilare affinché la competizione tra le potenze impegnate nella corsa alla ricostruzione – per status, influenza e asset regionali – non vada a suo discapito». Sono questi gli indicatori che diranno se la Siria stia avanzando verso uno Stato stabile, aperto e dall’economia funzionante, o se stia invece ricostruendo un sistema centralizzato, debole e dipendente da centri di potere politici potenzialmente pericolosi per Israele.
L’abbraccio del numero uno dell’Onu
Proprio in questi giorni al-Sharaa ha incassato «un ulteriore sigillo di legittimazione internazionale», scrive la testata israeliana Maariv: la visita a Damasco del segretario generale dell’Onu António Guterres, la prima dal 2009 di un capo delle Nazioni Unite in carica. Un abbraccio ufficiale a quello stesso al-Julani che fino al novembre 2025 era ancora sottoposto alle sanzioni del Consiglio di Sicurezza per il suo passato jihadista. Le aperture verso Israele si intrecciano, sottolinea ancora Maariv, con un percorso di riabilitazione tanto rapido quanto carico di interrogativi ancora aperti.