Storia

Sarajevo 30 anni dopo, Tikkun e cattivi maestri

Sarajevo 30 anni dopo, Tikkun e cattivi maestri

Dai Baltici alla Grecia, la storia è piena di città che hanno reclamato il titolo di “piccola” o “grande Gerusalemme” in virtù del fitto mosaico di identità e culture che le contraddistingueva, almeno fin quando l’odio antisemita ha annientato questo fragile “laboratorio” nelle note modalità.
Nel novero di queste città-mondo rientra anche Sarajevo, la capitale della Bosnia ed Erzegovina, uscita nell’ultimo giorno di febbraio del 1996 dal più lungo assedio nei confronti di una città in epoca moderna: 1.425 giorni di fame e paura sotto la minaccia delle truppe dell’armata popolare jugoslava e dei serbo-bosniaci, per un totale di quasi 12mila vittime (quasi tutte civili) e circa 50mila feriti.
Trent’anni dopo, passeggiando per le strade della capitale balcanica, tra le più affascinanti d’Europa – architettura austro-ungarica accanto al retaggio ottomano, scacchi e minareti, strudel e baklava – tutto parla del conflitto. E dello sforzo di riconciliazione che ancora impegna i suoi abitanti, siano essi parte di una delle tre etnie riconosciute come “costitutive” (bosgnacchi musulmani, serbo-bosniaci ortodossi e croato-bosniaci cattolici) o appartenenti a una delle minoranze qualificate come “altro”, tra cui la piccola ma vivace comunità ebraica, forte prima della Shoah di circa 12mila effettivi e oggi ridotta a poche centinaia di individui.
Difficile però vedere nell’ebraismo bosniaco qualcosa di “altro” rispetto al cuore dell’identità locale, sia perché il simbolo della città è una Haggadah del Trecento sopravvissuta alla persecuzione nazista e all’assedio, sia perché l’uomo che più si spese per prestare soccorso alla popolazione in quei 1.425 giorni di sofferenza fu proprio il più rappresentativo degli ebrei bosniaci: l’avvocato Jakob Finci, rifondatore e anima dell’organizzazione La Benevolencija che fornì assistenza medica, razioni di cibo e servizi educativi a tutti i cittadini a prescindere dalla loro identità, impegno che gli è poi valso vari riconoscimenti nel mondo. Dalla Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania alla Légion d’Honneur francese, per arrivare in Italia al Premio Internazionale Primo Levi, conferitogli nel 2013 a Genova.

Sarajevo è tante cose, ammette Finci quando lo raggiungiamo al telefono per qualche considerazione su cosa significhi essere ebrei sulle rive del fiume Miljacka, amato da poeti e letterati per il suo colore bronzeo. È un luogo in cui inevitabilmente si lascia il cuore, rileva Finci, perché poche città al mondo possono contenere così tante storie, speranze e contraddizioni in così poco spazio.
Sarajevo si pensa ancora come la “Gerusalemme dei Balcani”, locuzione spesso richiamata nelle guide turistiche, anche se la presenza ebraica un tempo fiorente è oggi residuale rispetto a minareti e chiese, con un’unica sinagoga (di inizio Novecento e di rito ashkenazita) tuttora in funzione e un più antico Beth hakenesset sefardita originariamente costruito nel 1581, che funge da museo della storia dell’ebraismo in Bosnia ed Erzegovina.

I primi ebrei vi arrivarono alla fine del Quattrocento, in fuga dall’Inquisizione spagnola e portoghese, trovando una relativa tutela, anche se per ottenere una parziale pienezza di diritti dovranno passare varie generazioni e solo nel 1876 i primi ebrei bosniaci saranno eletti al Parlamento ottomano di Istanbul. Due anni dopo, comunque, l’Impero austro-ungarico subentrerà alla Sublime Porta a Sarajevo e dintorni e ciò determinerà anche un non trascurabile afflusso, nel territorio, di ebrei ashkenaziti.
Finci è nato nel 1943, non a Sarajevo dove la sua famiglia vive da secoli ma nel campo di concentramento di Arbe (Rab), istituito dal governo fascista italiano l’anno precedente. Conosce quindi, sin da bambino, il “prezzo” della guerra, un “prezzo” che Sarajevo non fa niente per nascondere, lasciando in mostra i segni di migliaia di colpi esplosi durante l’assedio. È la città-memoriale che convive con quella affamata di vita ai piani “bassi”. Qui tra tanta luce affiora pure la nefasta ombra dell’assassinio dell’erede al trono Francesco Ferdinando d’Asburgo e di sua moglie Sofia, caduti nel giugno 1914 sotto i colpi di pistola del nazionalista Gavrilo Princip nell’evento scatenante la prima di due guerre mondiali da milioni di morti.
«Conosciamo da vicino cosa sia la guerra e per questo sappiamo anche come il bene supremo sia la pacificazione», sottolinea Finci, da sempre in prima linea per la verità storica, per la tutela dei diritti umani e per sanare le fratture tra comunità portatrici di visioni non solo differenti ma spesso in conflitto. Da una parte retoriche incendiarie puntano a infragilire la tela della convivenza, dall’altra ostacoli istituzionalmente certificati nei confronti di chi non si identifica come bosgnacco, serbo e croato hanno cristallizzato palesi ingiustizie. Lo sa per primo lo stesso Finci, che in passato non ha potuto concorrere, per il suo essere “altro”, alla presidenza del Paese.
Lui stesso ci dice: «sentiamo un grande orgoglio per quello che abbiamo fatto e continuiamo a fare per la riparazione dell’infranto (tikkun)». Finci ricorda gli anni dell’assedio quando i volontari de La Benevolencija riuscirono ad attivare tre farmacie e altri servizi plasmando un’impresa umanitaria che il fotografo e giornalista americano Edward Serotta definirà in un suo libro come «la prima volta in cui, in una moderna guerra europea, gli ebrei, dove e quando sono stati in grado di farlo, hanno prestato aiuto e tratto in salvo cristiani e musulmani».
Dal 1995 Finci presiede la Comunità ebraica e da allora ha svolto vari incarichi di responsabilità: è stato presidente della commissione costituzionale di Bosnia ed Erzegovina, presidente del comitato nazionale per “la verità e la riconciliazione”, ambasciatore in Svizzera. È un fine diplomatico innamorato della sua città e racconta come molti abitanti vedano nell’Haggadah un segno di speranza e fratellanza.

La storia è emblematica: l’Haggadà realizzata in Spagna nel ‘300, arrivò a Sarajevo nel 1894 e durante l’occupazione nazista fu messa in salvo dal curatore musulmano del museo nazionale, che in accordo con il direttore la nascose in un villaggio ai piedi del monte Bjelašnica. Durante l’assedio degli anni ‘90, l’allora direttore dell’istituzione, anche lui musulmano, corse il rischio di essere impallinato dai cecchini pur di nasconderla nel caveau di una banca.
L’attuale direttore del museo, Mirsad Sijarić, nel 2025 ha deciso di destinare i proventi della vendita del volume Sarajevo Haggadah – Art and History a organizzazioni attive a Gaza, condendo il tutto con proclami anti-israeliani accesi. Della vicenda si è parlato anche in Italia.
«Non contesto la scelta di sostenere la causa palestinese, non contesto finanche i toni severi, discutibili e biasimabili della dichiarazione», ha scritto sul Corriere della Sera il suo collega Amedeo Spagnoletto, direttore del Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara. «Ma disapprovo fermamente l’atto di piegare questo bene culturale alla mobilitazione di cui si è fatto interprete il museo», perché «purtroppo, non è velato l’intento di chi ha intrapreso questa strada» e «oramai non solo si pretende perniciosamente che gli ebrei della diaspora, fra i più convinti cittadini d’Europa, si discolpino per le azioni intraprese dallo Stato d’Israele, ma che saldino anche il prezzo delle loro “responsabilità”».

Sempre nel 2025, ha suscitato allarme l’annullamento di una riunione della conferenza rabbinica europea su pressione della politica. Sdegnato, il presidente dei rabbini europei Pinchas Goldschmidt l’ha definita «una perdita per Sarajevo».
Quanto sono forti queste istanze? Quanto è fragile la tela di Sarajevo? Perché se molti parlano la lingua della “riconciliazione”, guardando con fiducia anche all’Europa, sono visibili a occhio nudo pure le infiltrazioni di un Islam radicale che rischia di portare fuori strada il progetto.
All’inizio del corso principale della città, ad esempio, ci si può imbattere in uno spazio “culturale” appaltato alla Repubblica islamica dell’Iran con raffigurazioni apologetiche dell’ayatollah Khamenei in mezzo a bambine velate adoranti. E se l’ambasciata di Teheran, anch’essa ornata allo stesso modo, si trova a poche centinaia di metri dalla sinagoga ashkenazita, a breve distanza dal museo degli ebrei di Bosnia ed Erzegovina sorge una moschea donata dal Qatar.
L’Islam radicale ha spesso fatto di Sarajevo un suo tragico laboratorio: bosniaci erano i soldati della 13a Divisione Waffen SS benedetta dal Gran Muftì di Gerusalemme alleato del nazismo e bosniaci erano numerosi foreign fighters impiegati dall’Isis in Siria e Iraq (solo il Belgio ne ha dati di più).
La “Gerusalemme dei Balcani” saprà resistere all’urto di nuovi, cattivi maestri?

Adam Smulevich

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