Antisemitismo

Rapporto J7: nel 2025 violenza record

Rapporto J7: nel 2025 violenza record

Sydney, Manchester, Washington e Boulder. Dall’Australia agli Stati Uniti, passando per il Regno Unito, nel 2025 la violenza antisemita ha colpito ovunque, portando con sé un triste primato: con 20 persone uccise in attacchi antisemiti, lo scorso anno è diventato il più letale per gli ebrei della diaspora dai tempi dell’attentato all’AMIA di Buenos Aires del 1994. Lo denuncia il secondo rapporto annuale, pubblicato il 29 luglio, dalla J7, la “Large Communities’ Task Force Against Antisemitism”, che raccoglie i dati di sette paesi in cui vive oltre il 90% degli ebrei della diaspora. Nel solo 2025 sono stati documentati oltre 23.000 episodi antisemiti.
La J7 è un organismo nato nel 2023 su impulso dell’americana Anti-Defamation League, che riunisce le principali organizzazioni ebraiche di Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania, Francia, Argentina e Australia. L’idea alla base è che nessuna comunità possa affrontare da sola un fenomeno globale, e che convenga mettere in comune dati, strategie e competenze: oltre alle consultazioni ai vertici, la task force coordina gruppi di lavoro tematici su sicurezza, politica, estremismo, regolazione delle piattaforme tecnologiche ed educazione.
Le quattro città citate sono state teatro di altrettante stragi e omicidi: 15 persone uccise durante una celebrazione di Chanukah sulla spiaggia di Bondi a Sydney; due nella sinagoga di Heaton Park a Manchester durante Yom Kippur; due al Capital Jewish Museum di Washington e una a Boulder, in Colorado. Quattro città, quattro paesi diversi, a comporre il quadro di una minaccia che, come sottolinea la task force, «travalica i confini».
I numeri raccontano una tendenza che il rapporto definisce «strutturale». Rispetto al 2022, l’anno precedente alle stragi di Hamas del 7 ottobre 2023, il totale degli episodi antisemiti nei sette paesi è cresciuto del 136%, quelli violenti del 97%. Tra i dati più preoccupanti, si legge nel report, c’è proprio la persistenza: ovunque il livello degli attacchi resta largamente superiore a quello precedente al 7 ottobre. Nel confronto con il 2021, l’Australia segna un +270%, la Germania un +215%, gli Stati Uniti un +131% e la Francia un +124%.

L’antisionismo
In una quota consistente dei casi la matrice è l’antisionismo, indicato come motivazione principale dietro il 48% degli episodi nel Regno Unito, il 45% negli Stati Uniti e il 23% in Germania. Su questo punto la task force chiede ai governi di intervenire, colmando le scappatoie giuridiche che lasciano impunita l’istigazione antisemita «anche quando mascherata da linguaggio antisionista». Quest’anno, per la prima volta, il documento allarga lo sguardo con un capitolo dedicato all’Irlanda: qui la piccola comunità ebraica, circa 2.200 persone, ha segnalato 143 episodi in soli sei mesi, in un paese privo di una strategia nazionale contro l’antisemitismo e di fondi dedicati alla sicurezza.

La normalizzazione dell’antisemitismo
«L’antisemitismo nei nostri sette paesi non è più un’impennata: è la nostra nuova normalità», denunciano i membri della task force, chiedendo ai governi di passare da una logica di reazione a una di prevenzione con finanziamenti per la sicurezza delle comunità ebraiche e leggi più severe per chi commette crimini d’odio. Inoltre si chiede alle aziende tecnologiche di rafforzare la moderazione dei contenuti d’odio. «Il 2025 è stato uno degli anni più violenti mai registrati per gli ebrei americani: siamo stati presi di mira in media 17 volte al giorno. Ma non è solo una crisi americana: ogni singolo paese del J7 resta drammaticamente al di sopra dei livelli precedenti al 7 ottobre. L’antisemitismo travalica i confini, e così deve fare la nostra risposta», ha commentato il direttore dell’Adl Jonathan Greenblatt.

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