«Continuate a essere coraggiosi come lo siete sempre stati». È il messaggio inviato al pubblico israeliano dallo scrittore franco-algerino Boualem Sansal, 67 anni, intervistato dall’emittente Kan nella sua prima conversazione con un organo di stampa dello Stato ebraico dopo la liberazione dal carcere di Algeri. Voce dissidente e da tempo inviso al regime algerino per la sua opposizione al fondamentalismo islamico e per la sua aperta vicinanza a Israele, Sansal ha scontato quasi un anno di detenzione prima che una grazia presidenziale, arrivata sotto la pressione di Germania e Francia, gli restituisse la libertà. Oggi vive in Francia, ma ha spiegato di essere provato nel fisico e nello spirito. «Inizio a sentirmi meglio», ha raccontato ai microfoni dell’emittente israeliana, «ma quando si esce da un carcere del genere si rimane spezzati a lungo, mentalmente e fisicamente».
Fermato nel novembre 2024 all’aeroporto di Algeri mentre rientrava dalla Francia, Sansal era stato condannato a cinque anni di carcere con l’accusa di aver compromesso la sicurezza dello Stato per delle dichiarazioni rilasciate ai media francesi in cui avrebbe sostenuto la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale. Un’accusa respinta dall’interessato, che ha indicato il vero motivo della sua persecuzione. «La mia amicizia con Israele è in realtà la ragione più profonda di tutto ciò che il regime mi ha fatto», ha affermato. «Per il presidente (Abdelmadjid Tebboune) ciò era insopportabile, soprattutto perché esprimevo il mio sostegno a ogni occasione. Poiché lotto per la libertà di espressione, mi sono rifiutato di censurarmi o di aver paura. Il regime temeva che sarei diventato un modello da imitare per gli altri».
Le carceri algerine, ha sottolineato, sono «luoghi terribili», e l’Algeria «una dittatura». «Alla mia età, già indebolito dalla mia malattia, non avrei resistito ancora a lungo. Sono stato rilasciato all’ultimo momento». Nel ripercorrere la sua vicenda, Sansal ha ricordato come per anni il regime lo avesse tollerato pur avversandolo: «Mi hanno minacciato, censurato, licenziato dal mio lavoro, ma non mi hanno arrestato». Nel 2012 aveva visitato Israele: «Ero convinto che al mio ritorno in Algeria sarei stato arrestato, torturato e mandato in carcere per lunghi anni. Ma con mia sorpresa, non è successo nulla». Allora al potere c’era Abdelaziz Bouteflika, che lo scrittore ha descritto come «un uomo intelligente» consapevole che un suo arresto avrebbe scatenato «un’ondata di protesta mondiale». Il regime attuale, guidato dal presidente Tebboune, ha invece «scelto la via del terrore». «Da quando è salito al potere nel 2019 conduce un governo di paura e repressione e ha arrestato migliaia di persone. Io ero una di quelle migliaia di vittime».
Nel colloquio con Kan, Sansal ha allargato lo sguardo al 7 ottobre, che ha definito «uno dei più grandi orrori della storia», e ha chiamato in causa, sia pure indirettamente, il proprio paese. «Anche il rapimento degli ostaggi è stato un orrore terribile. Bisogna individuare i responsabili e punirli», ha aggiunto. «Ma non basta. Bisogna punire chi ha permesso che questo orrore accadesse: Hamas, Hezbollah e l’Iran». E l’Algeria? «Non è direttamente coinvolta, ma sostiene questi soggetti».
Al pubblico israeliano lo scrittore ha chiarito di non essere «l’unico a provare amicizia per questo paese meraviglioso e per il suo grande popolo. Molti la pensano così, ma non hanno il coraggio di dirlo ad alta voce. Il coraggio, come ogni altra qualità, si può imparare e coltivare». Quanto al futuro, Sansal non ha escluso un ritorno in patria, ma a precise condizioni. «Per una questione di principio, voglio tornare in Algeria. Chiedo un nuovo processo alla presenza del mio avvocato e di osservatori internazionali». In caso contrario, ha avvertito, porterà il presidente Tebboune «davanti a un tribunale internazionale».
In chiusura di intervista, lo scrittore franco-algerino ha annunciato di progettare un nuovo viaggio in Israele: «Verrò con gioia. Lo sto già valutando insieme ad amici del posto».
d.r.