«Il mio timore è che sempre più israeliani, tra cui medici, professionisti dell’hi-tech e accademici, non vedano più il nostro paese come casa propria, o quanto meno mettano un grosso punto interrogativo sulla loro permanenza», racconta alla rivista Globes il professor Itai Ater, economista dell’Università di Tel Aviv. «Molti aspettano di vedere cosa succederà alle elezioni. I miei figli prestano servizio nell’esercito, sono preoccupato. Per questo suoniamo tutti i campanelli d’allarme».
Il suo ultimo studio, in evidenza sui media israeliani, analizza la crescita nell’ultimo triennio del numero di cittadini che lasciano lo Stato ebraico. Circa 90mila israeliani hanno fatto le valigie nel 2025 a conferma di un’onda iniziata due anni prima. In tutto, in tre anni sono partite quasi 268mila persone. Tra il 2010 e il 2019 la media annuale era di circa 60mila partenze: un balzo di quasi il 50%. L’indagine, costruita sui dati dell’Ufficio centrale di statistica, porta anche la firma di Nittai Bergman, direttore della Scuola di economia dell’ateneo, e del dottorando Doron Zamir.
Il dato non è ancora un allarme per la tenuta del Paese, ma segnala una rottura rispetto al passato. «Dopo molti anni di relativa stabilità del saldo migratorio, i dati indicano un’uscita dall’equilibrio», sottolinea Ater. «In un nostro precedente documento avevamo inoltre rilevato un aumento significativo e preoccupante tra medici, persone con un dottorato, ingegneri, accademici e lavoratori ad alto reddito».
L’economia israeliana non dispone di grandi risorse naturali, ma dipende in misura decisiva dal capitale umano concentrato nell’hi-tech, nella ricerca, nella medicina avanzata e negli altri settori ad alta intensità di conoscenza, sottolinea Globes. Ambiti in cui il funzionamento del sistema poggia spesso su un numero ristretto di professionisti altamente qualificati: una loro partenza su larga scala, avvertono i ricercatori, potrebbe diventare «un duro colpo» per l’economia e per la società nel suo complesso.
La ricerca non misura ancora l’emigrazione definitiva. Per stabilire quante persone abbiano davvero trasferito all’estero il proprio centro di vita si usa il parametro dei dodici mesi consecutivi e per il 2025 i dati saranno disponibili a inizio del 2027. Per non attendere, gli studiosi hanno considerato chi è rimasto fuori da Israele per almeno tre mesi, un indicatore che negli anni precedenti ha mostrato una correlazione molto alta con quello annuale. «Ci saranno persone che torneranno dopo tre mesi e altre dopo un anno», riconosce Ater. «In ogni caso, i numeri sono su livelli record ed è importante prenderne atto». I conti comprendono soltanto cittadini residenti in Israele da almeno tre anni prima della partenza, così da ridurre l’incidenza degli immigrati arrivati da Russia e Ucraina dopo lo scoppio della guerra.
Complice la crisi politica e soprattutto le guerre con Hamas e Iran, «nel 2023 e nel 2024 abbiamo registrato, per la prima volta dalla fondazione dello Stato, due anni consecutivi di saldo migratorio negativo», osserva a Ynet Alex Weinreb, responsabile dell’area demografica del Taub Center. Ma il fenomeno, precisa l’esperto, non riguarda soltanto Israele: la maggiore mobilità delle persone più istruite e benestanti è visibile anche in Regno Unito, Francia e Stati Uniti. «Viviamo in un’epoca di migrazioni. Sono soprattutto le persone con un’istruzione elevata e sufficienti risorse economiche ad avere la possibilità di farlo in modo regolare».
Per Israele, però, il rischio è più accentuato proprio per il peso del capitale umano sulla sicurezza e sull’economia nazionale. «I numeri attuali non costituiscono ancora una minaccia alla solidità del Paese», chiarisce Ater. Il pericolo è che nuovi shock politici, economici o militari inneschino una reazione a catena, spingendo altri a partire. Superata una certa soglia, avverte lo studio, «invertire la tendenza potrebbe diventare estremamente difficile, se non impossibile».
Israele
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